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Ammortamento

Con questo processo si fa riferimento, molto semplicemente, al procedimento con cui un costo pluriennale viene ripartito e suddiviso tra i diversi esercizi di vita utile del bene in questione. L’ammortamento, inteso in questo senso, è riferito principalmente ad un’azienda quando acquista, ad esempio, un macchinario piuttosto che un bene immobile.

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La procedura dell’ammortamento viene precisata nell’articolo 2426 del Codice Civile, ed è una procedura necessaria ai fini della redazione del bilancio d’esercizio. L’ammortamento, in tema di finanziamenti, può essere visto come la restituzione graduale di un debito mediante il pagamento periodico di rate.

Il piano di ammortamento, in quest’ultimo senso, è un prospetto in cui si indica, per ogni periodo di rimborso, l’importo della rata, che viene suddivisa in quota capitale e quota interessi, oltre al debito fino a quel momento estinto ed il capitale residuo da ammortizzare.

Gli ammortamenti possono avere una diversa natura. In linea di principio, a seconda dell’oggetto dell’ammortamento, possiamo distinguere quelli relativi ad immobilizzazioni materiali e quelli relativi ad immobilizzazioni immateriali. Nel primo caso sono compresi tutti quei fattori produttivi fisicamente tangibili (fabbricati, macchinari, impianti, attrezzature), mentre nel secondo caso si comprendono tutti quei fattori produttivi che, fisicamente, non sono tangibili (brevetti, marchi, diritto di utilizzo, costi di pubblicità e di ricerca e sviluppo).

L’ammortamento, poi, deve essere calcolato anche su tutti quei beni strumentali anche se temporaneamente non utilizzati. I beni strumentali completamente ammortizzati non devono essere stralciati contabilmente, mediante la compensazione con il relativo fondo di ammortamento, fino al momento della loro alienazione o rimozione.

Aspetto fiscale nella negoziazione

Gli investitori-traders possono optare fra due regimi di tassazione delle plusvalenze e minusvalenze realizzate nell’attività di compravendita: il metodo della dichiarazione (o regime dichiarativo) e il metodo del risparmio amministrato.
Nel regime dichiarativo il contribuente:

  • determina da sé le plusvalenze percepite e le minusvalenze sopportate nel periodo di imposta indicandole nella propria dichiarazione annuale dei redditi
  • calcola da sé le imposte e le versa in sede di dichiarazione annuale dei redditi
  • può compensare le plusvalenze con le minusvalenze e a sua cura può riportare a nuovo gli eventuali saldi negativi per i quattro anni successivi .

Inoltre è bene ricordare che qualora nelle operazioni di negoziazione intervengano Banche, Sim o altri intermediari professionisti questi sono tenuti ad effettuare il cosiddetto monitoraggio segnalando al fisco gli estremi delle operazioni effettuate dall’investitore.
Evidentemente quindi tale regime impone svariati adempimenti all’investitore e la perdita dell’anonimato.
Il regime del risparmio amministrato può essere optato esercitando mediante comunicazione scritta contestualmente al conferimento dell’incarico all’intermediario.
Questo regime prevede che:

  • il contribuente sia esonerato da qualsiasi adempimento
  • la liquidazione e il prelievo delle imposte vengano effettuate dall’intermediario presso il quale il contribuente ha aperto un deposito titoli a custodia o in amministrazione
  • l’intermediario applichi l’imposta sulle plusvalenze realizzate per ciascuna operazione conclusa
  • le plusvalenze possono essere compensate dall’intermediario con le eventuali minusvalenze realizzate in precedenza; le eccedenze negative possono essere riportate a nuovo per i quattro anni successivi
  • in presenza di uguali titoli acquistati in tempi e a prezzi diversi gli intermediari nell’applicazione dell’imposta su ciascuna plusvalenza assumono come costo o valore di acquisto il costo o valore medio ponderato relativo ai titoli stessi.
  • l’imposta dovuta dall’investitore viene versata dall’intermediario al concessionario della riscossione o alla sezione di tesoreria provinciale entro il giorno 15 del secondo mese successivo a quello in cui è stata applicata.

Le plusvalenze (o capital gains) derivanti da operazioni di compravendita su tutti gli strumenti finanziari negoziabili presso la Borsa Valori Italiana sono soggette ad un’imposta all’aliquota del 12,50%.

I redditi derivanti da interessi e dividendi sono anch’essi soggetti ad un’imposta all’aliquota del 12,50% eccetto che per le obbligazioni con una scadenza inferiore ai 18 mesi che sono tassate ad un’aliquota del 27%.

Attestato di rischio: conosciamolo meglio

Uno dei documenti più importanti per quel che riguarda il settore assicurazioni RCA è senza dubbio l’attestato di rischio. Ricordiamo infatti che il premio viene calcolato in base alla classe di rischio acquisita dall’assicurato.

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Il documento non è altro che la nostra storia assicurativa. Esso contiene infatti i sinistri effettuati durante un lasso di tempo di circa 5 anni nonché la classe di merito CU, i dati della polizza scaduta e quelli della compagnia assicurativa.

Grazie al decreto Bersani, il documento viene rilasciato all’assicurato ogni anno, ovvero alla scadenza della polizza. Per legge ogni assicurato deve ricevere l’attestato (che in pratica è l’unico documento che certifica la classe di merito raggiunta dall’assicurato e che va presentato in originale se si ha l’intenzione di stipulare una nuova polizza con un’altra compagnia assicurativa) almeno 30 giorni prima della scadenza della polizza assicurativa, a prescindere se quest’ultima sia con rinnovo tacito o meno.

L’attestato di rischio, come detto sopra, ha validità di cinque anni. L’articolo 5, comma 1 bis, della legge n. 40/2007 modifica l’articolo 134, comma 3, del Codice delle Assicurazioni, prevedendo che “in caso di cessazione del rischio assicurato o in caso di sospensione o di mancato rinnovo del contratto di assicurazione per mancato utilizzo del veicolo, l’ultimo attestato di rischio conseguito conserva validità per un periodo di cinque anni”.

La compagnia assicuratrice ha l’obbligo di inviare l’attestato di rischio al domicilio del contraente anche in presenza di una disdetta, almeno 30 giorni prima della scadenza del contratto. Oltre a questo, l’attestato di rischio deve includere:
– la denominazione dell’impresa assicuratrice
– la firma dell’assicuratore
– il nome del contraente
– il numero della polizza
– la formula tariffaria
– la data di scadenza della polizza

Cosa molto importante da sapere riguarda la scadenza dell’attestato: purtroppo molte persone immaginano o sanno erroneamente, che il documento non abbia una scadenza. E’ falso. Se decidiamo di non rinnovare la nostra polizza scaduta, il documento ha una validità di 5 anni. Se nell’arco di questo tempo decidiamo di non stipulare nessuna polizza, si verrà collocati nella quattordicesima classe, ovvero l’ultima. Quindi occhio!

Avvocato

Il termine avvocato derivato dal latino advocatus, advoco, ossia “chiamato per difendermi” e, quindi, difensore. Con questa professione si individua chi, solitamente con una laurea in legge ed iscritto ad un ordine professionale, è autorizzato a rappresentare, assistere e difendere una parte processuale, davanti ad un giudice o durante una controversia extragiudiziale, in forza di un mandato e dietro il pagamento di un “onorario”.

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L’ordine di cui gli avvocati fanno parte è definito forense perché, anticamente, la magistratura era collocata nel Foro romano; all’interno dell’albo vi è un “elenco speciale”, in cui sono iscritti gli avvocati dipendenti di enti pubblici, che costituiscono una componente “a parte” dell’avvocatura.

Tralasciando gli aspetti storici, possiamo soffermarci su quanto è vigente oggi. Nel nostro ordinamento è presente una netta distinzione tra controversie civili, penali ed amministrative; le prime, generalmente, hanno per oggetto l’accertamento di un diritto; le seconde attengono alla violazione di una legge penale che conduce ad un reato, mentre le terze fanno riferimento alla lesione di un diritto soggettivo o di un legittimo interesse da parte di un’amministrazione pubblica.

Nell’ordinamento giuridico italiano, la professione di avvocato è disciplinata principalmente da:
– Regio decreto legge 27 novembre 1933, n. 1578 “Ordinamento delle professioni di avvocato e di procuratore”.
– Regio decreto 22 gennaio 1934, n. 37 “Norme integrative e di attuazione del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, sull’ordinamento delle professioni di avvocato e di procuratore”.
– Legge 8 giugno 1874, n. 1938 “Legge che regola l’esercizio della professione di Avvocato e di Procuratore”.
– Legge 24 febbraio 1997 n. 27 (che ha soppresso la figura del procuratore legale).

Una particolare categoria di avvocati è quella degli ecclesiastici; con questo termine si fa riferimento a tutti quei professionisti che si occupano della difesa e della tutela presso i tribunali ecclesiastici della Chiesa Cattolica, tipicamente nelle cause di nullità matrimoniale.

Per arrivare a ricoprire questo ruolo è necessario aver svolto il dottorato in diritto canonico, tre anni di studi presso una delle Università Pontificie, che ricordiamo essere in Italia tutte a Roma ad eccezione di una a Venezia.

Banca centrale europea

La Bce, ossia la Banca centrale europea (ECB – European Central Bank in lingua inglese) è l’istituto centrale con i compiti di attuazione della politica monetaria per i 17 paesi dell’Unione europea che hanno aderito all’unione monetaria, realizzata tramite l’euro. La Bce è stata istituita il 1° giugno del 1998 in base al Trattato sull’Unione europea e allo “statuto del sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”.
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La Bce, però, ha iniziato ad essere funzionante ed operativa dal 1° gennaio del 1999, quando tutte le funzioni di politica monetaria e di tassi di cambio sono state trasferite in suo capo. La Banca, da quella data, si è dotata di personalità giuridica autonoma ed ha previsto, irrevocabilmente, i tassi di conversione delle ex monete nazionali rispetto all’euro.

L’8 dicembre 2011 la BCE ha preso varie misure fuori dall’ordinario: ha stanziato fondi, tramite aste a tasso fisso ed a piena aggiudicazione, con scadenza a 36 mesi, invece dell’usuale settimana. Inoltre il Consiglio direttivo ha deciso di abbassare temporaneamente il coefficiente di riserva obbligatoria dal 2 all’1%.

Nelle diverse lingue dei paesi membri la Banca è nota con i seguenti acronimi:
BCE: Banque centrale européenne (francese), Banco Central Europeo (spagnolo), Banca centrale europea (italiano), Banco Central Europeu (portoghese), Banc Ceannais Eorpach (gaelico);
BĊE: Bank Ċentrali Ewropew (maltese)
ECB: European Central Bank (inglese), Europæiske Centralbank (danese), Europese Centrale Bank (olandese), Europeiska centralbanken (svedese), Evropska centralna banka (sloveno), Európska centrálna banka (slovacco);
EZB: Europäische Zentralbank (tedesco);
SBE: Seðlabánki Evrópu (islandese);
ΕΚΤ: Ευρωπαική Κεντρική Τράπεζα (greco);
EKP: Euroopan Keskuspankki (finlandese), Euroopa Keskpank (estone).

La Banca centrale europea ha sede all’Eurotower di Francoforte, in Germania. Dal 1° novembre del 2011, come ben sappiamo noi italiani, il presidente della BCE è Mario Draghi, ex governatore di Bank-italia. Il nostro connazionale è succeduto al francese Jean-Claude Trichet.

Oltre all’italiano ed al francese, la Bce ha avuto nella sua storia solamente un altro presidente; il primo, infatti, su l’olandese Wim Duisenberg. Interessante notare, invece, come il vicepresidente di Trichet fu Lucas Papademos, l’esponente greco a capo del Governo ellenico tra il 2011 ed il 2012.

Ma qual è lo scopo della Banca centrale europea? Innanzitutto è quello di tenere sotto osservazione l’andamento dei prezzi, mantenendo il tasso di inflazione di medio periodo ad un livello al di sotto del 2%. Un ruolo analogo a quello dell’istituto di Francoforte è svolto, in America, dalla Federal Reserve (Fed).

La Bce ha una struttura molto definita ed articolata. Innanzitutto bisogna ricordare, e qui si spiegano molte cose che stiamo vivendo e leggendo in questi ultimi mesi, l’organizzazione della Bce è basata sulla Bundesbank tedesca: Comitato esecutivo, al cui capo troviamo il Governatore della Bce ed il Consiglio diretivo. Dal momento che alcuni stati dell’Unione Europea non hanno, ancora, aderito all’Euro, troviamo anche un terzo organo, che è il Consiglio generale.

Interessante notare che le Banche centrali nazionali sono le uniche ad essere autorizzate a sottoscrivere ed a detenere il capitale sociale della Bce. Al 1° gennaio del 2011 l’ammontare sottoscritto, e versato per intero, è pari a 5.196.932.289,36 euro, ovvero il 48,2956% dei 10.760.652.402,58 costituenti il totale del capitale sociale della BCE.

Per quanto riguarda le quote di captiale sottoscritte, troviamo in testa la Bundesbank con il 18,94% (1.406.533.694,10), poi il Banque de France con il 14,22% (1.056.253.899,48) ed, al terzo gradino, la Banca d’Italia con il 12,50% (928.162.354,81). Solamente quarta la Spagna con l’8,30%. Altri stati chiave in questa crisi economica sono la Grecia, la cui banca centrale detiene l’1,96%, il Portogallo con l’1,75% e Cipro con lo 0,14%.

Bancarotta semplice e fraudolenta

La bancarotta, secondo quanto previsto dalla legge italiana, è un reato connesso al fallimento e può essere semplice (causata da imprudenza) o fraudolenta (frode diretta ad aggravare l’insolvenza e a violare le legittime aspettative dei creditori). Il termine bancarotta deriva dall’epoca medievale, quando a Genova si rompeva il tavolo e la panca o la cassa di legno del banchiere divenuto insolvente.

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Come riporta l’ordinamento italiano, quindi, “i connotati della bancarotta sono riconducibili nel complesso a un’attività di dissimulazione delle proprie disponibilità economiche reali, oppure a un’attività di destabilizzazione del proprio patrimonio, diretta a realizzare una insolvenza, anche apparente, nei confronti dei creditori. L’esistenza di una sentenza dichiarativa di fallimento è però necessaria perché si possano configurare dei reati fallimentari“.

Il reato di bancarotta è previsto da una norma approvata nel Regio Decreto del 16 marzo 1942, n. 267, artt. 216 e seguenti, ed è basato sul concetto di fallimento, visto come una procedura concorsuale (che prevede quindi il concorso di tutti i creditori posti in posizione di parità) rivolta alla realizzazione coattiva delle pretese creditorie che l’imprenditore coinvolto non riesce più a soddisfare per il suo stato di insolvenza.

La bancarotta fraudolenta è prevista dall’art. 216 R.D. n. 267/1942; di questo reato è chiamato a rispondere l’imprenditore fallito che abbia dolosamente:
– prima o durante il fallimento: distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato, in tutto o in parte, i suoi beni, ovvero, al fine di arrecare danno ai creditori, abbia esposto o riconosciuto delle passività inesistenti;
– prima del fallimento: sottratto, distrutto o falsificato in tutto o in parte, al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o al fine di procurare danno ai creditori, i libri e le altre scritture contabili o li abbia tenuti in modo tale da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del reale movimento degli affari;
– prima o durante la procedura fallimentare: eseguito pagamenti o simulato titoli di prelazione, al fine di favorire alcuni creditori a danno di altri.

La bancarotta semplice, invece, è prevista dall’art. 217 R.D. n. 267/1942; risponde di tale reato l’imprenditore fallito che:
– abbia effettuato spese di carattere personale o familiare che siano eccessive o sproporzionate in ragione della sua condizione economica;
– abbia impiegato larga parte del proprio patrimonio in operazioni puramente aleatorie (ossia di dubbia sorte già in partenza, affidate al caso, da alea, il latino “dado”; la legge usa qui la locuzione “di pura sorte”);
– abbia compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;
– abbia aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione di fallimento o con altra forma di colpa grave;
non abbia soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

Nel primo caso la pena è quella della reclusione da 1 a 10 anni, mentre nel secondo la pena va dai sei mesi all’anno di reclusione.

BOT: Buono Ordinario del Tesoro

In questo articolo tratteremo il tema legato ai BOT. Questa sigla sta per Buono Ordinario del Tesoro; si tratta di un titolo zero-coupon bond, ossia di un titolo che non offre cedola intermediar. Ha una durata che è uguale o inferiore ai 12 mesi ed è emesso dal governo italiano al fine di finanziare il proprio debito pubblico.

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Un’altra caratteristica del BOT, oltre a quella che riguarda la durata, è che esso viene rimborsato alla pari: il valore di rimborso, quindi, coinciderà con il valore nominale del titolo, che è pari a 100. Il rendimento, invece, sarà pari alla differenza tra il valore di rimborso, che abbiamo detto essere pari al valore nominale, ed il prezzo di emissione, che sarà sotto la pari ossia inferiore a 100.

Un aspetto interessante e da non sottovalutare è quello legato alla tassazione che, in Italia, si attesta al 12,5%. Questo significa che il tasso di rendimento dato dalla differenza tra valore di rimborso e prezzo di emissione sarà da intendersi al loro dell’imposizione fiscale.

Facciamo un esempio: ipotizziamo di acquistare un BOT spendendo 97,60 euro; alla scadenza ci viene rimborsato 100 euro. Il nostro rendimento sarà pari a 100 – 97,60 = 2,4 euro. Questo rendimento sarà lordo e, quindi, dovrà essere portato al netto togliendo il 12,5% di imposta. Il rendimento netto, di conseguenza, sarà pari a 2,10 euro.

Per quanto riguarda l’emissione di questi strumenti, bisogna precisare che lo Stato li emette secondo delle aste che vengono dette competitive, a cui possono partecipare unicamente gli intermediari finanziari che operano, come banche e Poste Italiane, per conto dei loro clienti. Queste aste avvengono nel MOT, ossia nel Mercato Telematico delle Obbligazioni di Stato ed il lotto minimo è di 1.000 euro.

Per i BOT con scadenza a tre o dodici mesi il giorno dell’asta è il 15 di ogni mese, mentre per i BOT a sei mesi il giorno d’asta è ogni fine mese. Le recenti norme sulla trasparenza bancaria hanno individuato le commissioni massime che le banche possono applicare alla propria clientela:
Per titoli di durata residua minore o uguale a 80 giorni: +0,05%
Per titoli di durata residua maggiore di 80 e minore o uguale a 170 giorni: +0,10%
Per titoli di durata residua maggiore di 170 e minore o uguale a 330 giorni: +0,20%
Per titoli di durata residua maggiore di 330: +0,30%

Analizzando i rendimenti che i BOT hanno avuto nel corso degli anni possiamo vedere come ad inizio degli anni ’80 gli stessi erano molto elevati e hanno raggiunto, nel 1983, anche il 17,74%. Erano anni in cui in Italia c’era una forte inflazione ed un forte ricorso all’indebitamento per garantire il welfare state di cui ci si era dotati. Sono, di fatto, gli anni e le scelte politiche che stiamo pagando oggi.

Con il passare del tempo i rendimenti sono calati fino ad arrivare al 5,29% nel 1997, al 2,756% nel 2002 ed all’1,137% nel 2009. Ultimamente, anche a causa della crisi finanziaria, il rendimento sui BOT si è allargato, ma dalla seconda metà del 2012 supera di poco l’1%.

BTP: Buono del Tesoro Poliennale

Dopo aver trattato il tema dei BOT, eccoci qui a parlare dei BTP. Il Buono del Tesoro Poliennale rappresenta un certificato di debito che si caratterizza per avere una scadenza, e qui la prima differenza con i BOT, superiore all’anno. La loro emissione è regolata dallo Stato italiano ed avviene nel Mercato generale dei Titoli di Stato per le somme sopra i 2,5 milioni di euro o, per lotti inferiori, al MOT.

Il titolo, come dice il nome stesso, ha durata poliennale; le principali scadenze, che solitamente vengono negoziate, sono quella a 3, 5, 10, 15 o 30 anni. Presenta poi delle cedole che vengono pagate semestralmente ed il rendimento è dato dal tasso fisso della cedola e dalla differenza tra il prezzo di emissione e quello di rimborso. Quindi, ipotizzando di aver preso alla pari un BTP triennale al 6%, avremo due cedole all’anno del 3% ciascuna.

Dal momento che il BTP è uno strumento finanziario con cedole a tasso fisso, durante la sua vita finanziaria è soggetto ad oscillazioni di prezzo; queste saranno tanto più marcate, quanto più lunga sarà la duration del titolo. Questo ha delle implicazioni per chi, avendo bisogno di liquidità, deciderà di liquidare il proprio investimenti in BTP facendo ricorso al mercato secondario.

Le emissioni dei BTP avvengono due volte al mese, con un’asta marginale. Il taglio minimo, come visto anche per i BOT, è di 1.000 euro e le operazioni di collocamento sono affidate alla Banca d’Italia. Il Tesoro, a compenso di questo, riconosce a Bank-italia una provvigione dello 0,20% per il triennale, dello 0,30% per quello quinquennale e dello 0,40% per scadenze superiori.

Dal 2003 il Tesoro italiano ha deciso di collocare anche dei BTP indicizzati all’inflazione della zona euro. Questo consente agli investitori di garantirsi dagli aumenti del livello dei prezzi. L’indicizzazione riguarda, in questo caso, sia il capitale rimborsato a scadenza che le cedole semestrali. Ad ogni modo, il BTP indicizzato all’inflazione garantisce il rimborso dell’intero valore nominale.

Un’altra variante dei classici BTP è il BTP Italia; è stato emesso nel marzo del 2012 ed ha durata di quattro anni. Ciò che li caratterizza è che non viene fissata una quantità prestabilita, ma vengono emessi BTP Italia quanti ne saranno richiesti dai risparmiatori. Anche il BTP Italia presenta cedole che vengono pagate ogni sei mesi.

Il Btp Italia ha due sostanziali differenze rispetto al tradizionale BTP che sono: la prima è che il rendimento di questo Btp Italia è costituito da un tasso fisso, il quale verrà comunicato a conclusione del periodo di sottoscrizione, ma che verrà calcolato sul capitale rivalutato in base all’inflazione registrata in Italia; la seconda differenza è appunto il criterio di indicizzazione, l’inflazione italiana, cioè quella che realmente sconta il risparmiatore italiano.

Circuito telematico

Le procedure di negoziazione sono ormai del tutto automatizzate grazie ad un circuito telematico che permette l’incontro della domanda e dell’offerta degli strumenti finanziari. L’informatica permette oggi di potersi connettere al mercato semplicemente attraverso un computer.

Questo consente agli intermediari autorizzati di poter operare dai loro uffici di Milano o di Londra senza doversi fisicamente incontrare a Piazza Affari come un tempo. Il mercato è definitivamente diventato un luogo virtuale .

Gli ordini vengono inseriti nel proprio computer e il sistema telematico provvede ad incrociarli con altri uguali e contrari in modo del tutto automatico.

Ogni negoziazione viene fatta ad un prezzo diverso, senza alcun intervento discrezionale dell’intermediario nella più assoluta trasparenza. Per accedere al mercato è necessario fare degli ordini non inferiori a quantitativi minimi di titoli. Questi sono fissati dalla Borsa Spa per motivi meramente organizzativi.

È comunque possibile negoziare anche quantitativi inferiori con procedure particolari.

Il mercato ha un orario di apertura in cui il sistema assicura delle negoziazioni in continua. Vi sono poi delle fasi d’asta in cui il sistema negozia tutti gli ordini immessi ad un unico prezzo. Queste fasi sono normalmente quelle di apertura, ma per alcuni strumenti finanziari, la Borsa Spa alterna delle fasi di asta alla negoziazioni in continua.

Ogni giorno si provvede alla pubblicazione del listino di Borsa della giornata precedente. Esso contiene per tutti i titoli quotati le informazioni sui prezzi e sui volumi degli scambi della giornata.

Il sistema telematico è articolato su tre differenti architetture informatiche dedicate a diversi segmenti del mercato: il mercato azionario di Borsa ( MTA ), il mercato ristretto, il mercato degli strumenti derivati ( IDEM ), il mercato delle obbligazioni e dei titoli di Stato ( MOT ), il mercato dei premi ( MPR ), il Nuovo mercato, il Mercato italiano futures ( MIF ).

Credit default swap: cos’è?

L’incertezza politica emersa dopo le recenti votazioni nazionali in Italia ha dato margine alla speculazione di tornare ad abbattersi sul nostro Paese. Nella giornata di ieri, Milano, ha perso oltre il 4,5% e lo spread è salito fino ad arrivare alla soglia 350 punti base. Non finisce qui: le cattive notizie arrivano anche dal fronte dei Cds (Credit default swap) dove si evince che l’Italia, da un anno a questa parte, torna ad essere più rischiosa della Spagna. Ma cosa sono realmente i Cds? Scopriamolo assieme.

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Iniziamo col dire che i cds sono uno swap che ha la funzione di traferire il rischo di credito; si tratta di uno strumento di copertura, il più comune all’interno dei derivati creditizi.

Come funziona lo schema che li regola? Molto semplice: nel momento in cui un investitore vanta un titolo di credito nei confronti di una controparte, debitrice, ha il diritto di proteggersi dal rischio che il debitore fallisca e, quindi, non restituisca il debito contratto.

A questo punto, quindi, il creditore si rivolge ad una terza parte che decide di accollarsi questo rischio. Di fatto, quindi, questa terza parte agisce come un’assicurazione e viene chiamata “protection seller”, ossia venditore di protezione. Il creditore si impegna a versare alla terza parte un importo periodico, ossia il prezzo della copertura.

La terza parte, in caso di insolvenza del debitore, si impegna a versare al creditore il valore nominale del titolo di credito oggetto del contratto. Normalmente la durata di un cds è di cinque anni e viene scambiato nel mercato non regolamentato “over-the-counter”. I credit default swap sono anche utilizzati come copertura dal rischio di fallimento (o di declassamento del rating) di uno Stato. In tal caso sono detti in gergo “CDS sovrani” (sovereign CDS).

Il funzionamento, quindi, è molto semplice e, anche, legittimo. Tuttavia nel mondo finanziario, come spesso accade, strumenti nati a fin di bene, in questo caso per proteggersi dal rischio default, si trasformano in strumenti speculativi che, in questo caso, vanno a scambiare protezione sul mercato.

I CDS hanno attirato verso di sé critiche da personalità di spicco della finanza globale. Warren Buffett ha definito in una famosa frase i derivati come armi finanziarie di distruzioni di massa. Nel report annuale agli azionisti Buffet scriveva: «Se i contratti derivati non vengono collateralizzati o garantiti, il loro reale valore dipende anche dal merito di credito delle controparti. Allo stesso tempo, comunque, prima che il contratto sia onorato, le controparti registrano profitti e perdite -spesso di enorme entità- nei loro bilanci senza che un singolo centesimo passi di mano. La varietà dei contratti derivati trova un limite solo nell’immaginazione dell’uomo (o talvolta, a quanto pare, del folle)».

Secondo il finanziere George Soros, invece, i CDS andrebbero semplicemente messi al bando: gli svantaggi sono superiori ai vantaggi. Secondo molti economisti i derivati hanno giocato un ruolo centrale nella “crisi dei mutui” subprime statunitense. In particolare proprio stock options e credit default swap.

Gli assicuratori, come la AIG (American International Group), che li avevano emessi, avevano calcolato male il rischio, e quando le obbligazioni assicurate hanno perso di valore l’assicuratore ha rischiato il fallimento. La AIG ha dovuto essere salvata dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.

CTZ: Certificato del Tesoro Zero-coupon bond

Dopo aver analizzato, con degli approfondimenti specifici, la situazione e tutti i dettagli tecnici dei BOT (Buoni Ordinari del Tesoro) e BTP (Buoni del Tesoro Poliennali), vediamo in questo post gli aspetti più rilevanti e salienti dei CTZ, ossia il Certificato del Tesoro Zero-coupon bond.

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Come dice il nome stesso, il CTZ è un titolo senza cedola che ha una durata di 24 mesi e che viene emesso dal governo con l’obiettivo, comune a tutti i titoli di Stato, di finanziare il debito pubblico italiano. I CTZ sono soggetti, in particolare, a delle riaperture che possono andare a ridurre l’originale durata prevista. La data di scadenza, inoltre, coincide sempre e solo con un giorno lavorativo.

Anche i CTZ possono essere negoziati e scambiati presso il Mercato telematico delle obbligazioni e dei titoli di Stato (MOT) per importi e tagli superiori ai 1.000 euro, oppure presso il MTS per quantità che vanno a superare la soglia dei 2,5 milioni di euro.

I CTZ, come detto all’inizio, si caratterizzano per il fatto di non aver alcun tipo di cedola. Il rendimento, quindi, consiste nello scarto di emissione; con questo termine si intende quella differenza esistente tra il valore nominale a cui il titolo viene rimborsato alla sua scadenza ed il prezzo che viene pagato all’atto della loro sottoscrizione.

In particolare, questo concetto, lo avevamo già espresso parlando dei BOT. I Buoni Ordinari del Tesoro possono essere considerati come dei “derivati” dei CTZ; i primi si differenziano dai secondi unicamente per la durata: 3, 6 o 12 mesi per i BOT e 24 mesi per i CTZ. Un altro aspetto che li differenzia è la tassazione: anticipata per i BOT.

L’asta dei CTZ è riservata agli intermediari istituzionali autorizzati ai sensi del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58. Il taglio per l’acquisto è di minimo 1000 euro e multipli.

Debito pubblico

Il debito pubblico, in campo economico, non è altro che il debito che lo Stato ha nei confronti di tutti gli altri soggetti economici nazionali o esteri, come le imprese, le banche, gli individui o altri Stati che hanno sottoscritto un credito allo Stato acquisendo obbligazioni o titoli di Stato (Bot, Btp, Cct, Ctz) destinati a coprire il disavanzo del fabbisogno finanziario statale, ossia destinati a coprire l’eventuale deficit pubblico inserito nel bilancio dello Stato.

Debito pubblico

Molto intuitivamente, se il debito è contratto con soggetti economici di stati esteri, allora si parlerà di debito estero, mentre quando sarà contratto con soggetti economici interni allo Stato, allora si parla di debito interno.

La presenza di un debito nei conti pubblici statali impone la necessità da parte dello Stato, oltre alla sua copertura finanziaria nei tempi e modalità di scadenza prestabilite dai titoli stessi compresi gli interessi, di tenerlo sotto controllo per non cadere nel rischio di insolvenza sovrana ovvero fallimento dello stesso, stampando cartamoneta o ricorrendo a politiche di risanamento dei conti pubblici all’interno di politiche di bilancio pubbliche come ad esempio politiche restrittive o di rigore.

A livello economico, come sappiamo in questi mesi, più che il debito pubblico è importante il rapporto esistente tra il deficit ed il PIL; questo, infatti, viene visto come un importante indice della solidità finanziaria di un Paese. Il PIL, in questo caso, rappresenta il parametro fondamentale che uno Stato ha a disposizione per risanare il proprio debito pubblico, che ricordiamo non comprende – secondo quanto previsto nei Trattati di Maastricht – spese per assistenza, sanità e pensioni.

Un altro importante concetto che si allega al debito pubblico è il rating di uno Stato, ossia la valutazione fornita da apposite agenzie (le più note sono Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s) sulla solidità finanziaria degli Stati, ossia sulla capacità dello Stato in questione di ripagare o far fronte al proprio debito pubblico o, in modo del tutto equivalente, al rispettivo rischio di credito.

In questo senso, uno degli strumenti più immediati per misurare il grado di rischio percepito dagli investitori è il tasso di interesse dei titoli di Stato; un altro indice, molto utilizzato di recente, è lo spread, ossia la differenza di rendimento tra i bond di un Paese e quelli, di pari caratteristiche, di un altro Paese ritenuto, per antonomasia, sicuro e, quindi, preso come benchmark.

Se prendiamo il caso italiano, possiamo notare che il debito pubblico, dal 2005 al 2012, è salito passando dai 1.512.779 euro del 2005 fino ai 1.988.363 euro del 2012; allo stesso modo, anche il rapporto deficit/PIL è aumentato, passando dal 105,83% del 2005 al 127,00% del 2012.

Il debito pubblico italiano, pari a 1.843.015 milioni di euro nel 2010, è composto per oltre tre quarti da passività a medio lungo termine (1.418.737 milioni), quasi completamente a tasso fisso. La vita residua media del debito pubblico italiano è di 7,8 anni. Inoltre, il 46,15% del debito pubblico è detenuto dalla Banca d’Italia o da istituzioni finanziarie italiane. Il 9,58% è posseduto da altri residenti, mentre il restante 44,27% è allocato all’estero.

Parlando di debito pubblico, non si può non far riferimento a tre casi emblematici; stiamo parlando di Germania, Cina e Giappone:
Germania: il debito pubblico della Germania è, al 2010, il più alto d’Europa con 2.080 miliardi di euro; ma in rapporto al PIL è decisamente inferiore a quello italiano, visto che si attesta all’83,2%. Questo, però, è stato artificialmente sgonfiato non andando a calcolare le spese pubbliche delle pensioni e dei servizi sociali.

Cina: il debito delle amministrazioni provinciali cinesi ammonterebbe a 2.300 miliardi di dollari, nel 2010, al secondo posto dopo gli Stati Uniti.

Giappone: il debito pubblico del Giappone è previsto in crescita fino a un nuovo livello record di 13.500 miliardi di dollari, a causa degli sforzi per la ricostruzione post-terremoto. Il debito pubblico del Giappone è già il più alto del mondo, a circa il 200% del Pil. Il debito è previsto in crescita a 13.500 miliardi di dollari alla fine dell’esercizio 2011-12 che si chiuderà a marzo. Tuttavia il vantaggio e la stabilità finanziaria del Paese nipponico, deriva dal fatto che oltre il 90% del debito pubblico giapponese è in mano a soggetti interni e, quindi, soggetto ad una minore volatilità nel tempo.

Tra il 2010 e il 2011 nell’ambito della Crisi economica del 2008-2013 si è conosciuto l’allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze pubbliche di molti paesi (in larga misura gravati dalle spese affrontate nel sostegno ai sistemi bancari), soprattutto dell’eurozona, che in alcuni casi hanno evitato l’insolvenza sovrana (Portogallo, Irlanda, Grecia), grazie all’erogazione di ingenti prestiti (da parte di FMI e UE), denominati “piani di salvataggio”, volti a scongiurare possibili default e alla realizzazione nell’Unione Europea del cosiddetto fondo salva-stati.

Deflazione creditizia

In macroeconomia per deflazione si intende una generica riduzione del livello generale dei prezzi e, quindi, si fa riferimento al fenomeno esattamente opposto a quello che conosciamo meglio, fortunatamente, ossia l’inflazione. La deflazione, però, non deve essere confusa con la disinflazione, che invece descrive semplicemente un rallentamento nel tasso di inflazione.

Deflazione

La deflazione si origina a causa di una debolezza della domanda di beni e servizi e, quindi, si ha in presenza di un freno nella spesa e nei consumi dei consumatori e delle aziende, i quali per acquistare attendono una riduzione dei prezzi innescando, ulteriormente, una spirale negativa.

La riduzione dei prezzi, dal lato delle imprese, si ripercuote con un calo dei ricavi ed, esse, cercano di diminuire i propri costi andando a ridurre i costi di acquisto, i costi del lavoro ed i costi creditizi legati agli investimenti.

Questo fenomeno ha portato Keynes ad affermare che in tempi di crisi il risparmio è distruttivo perché se tutti risparmiamo la domanda aggregata diminuisce e con essa diminuisce la ricchezza in quanto diminuiscono produzione e occupazione, dunque aumentando la massa liquida a disposizione si favorisce la speculazione e non gli investimenti. La tendenza al risparmio e all’accumulazione di denaro sono, sempre secondo Keynes, le caratteristiche peculiari della crisi.

Una situazione di deflazione si verificò in Giappone fra il 2000 e 2006, con la Banca Centrale costretta a fissare un tasso d’interesse allo 0%, per favorire la liquidità circolante.

Deflazione creditizia – si tratta di un’ operazione di risanamento del mercato finanziario che si effettua mediante la restrizione del credito bancario e l’aumento dei tassi di sconto contemporaneamente ad una riduzione dell’ammontare della moneta in circolazione. Ha per effetto di aumentare il potere di acquisto della moneta, di ridurre i prezzi e di frenare l’espansione artificiosa delle iniziative.

Deflazione Monetaria: E’ un’operazione finanziaria che lo stato compie al fine di riassettare la moneta del paese. E’ l’opposto dell’ inflazione e consiste nel ridurre, nella misura consigliata da criteri di una sana economia, la quantità di moneta in circolazione, in modo da renderla proporzionata alla riserva aurea esistente nelle casse del tesoro. L’ effetto conseguito è la rivalutazione della moneta che perciò aumenta il suo potere di acquisto. Tipici sistemi deflazionistici sono la contrazione del credito (deflazione creditizia), la emissione di un prestito interno, ecc. Sono danneggiati dalla deflazione, commercianti e industriali, e in definitiva, ne soffre l’attività produttiva.

Derivati Finanziari

Sono definiti strumenti derivati quei contratti il cui valore “deriva” dal valore sul mercato di un’attività sottostante. Per attività sottostanti , nel nostro caso, intenderemo fondamentalmente strumenti e indici di natura finanziaria (titoli di Stato, indici di borsa, azioni).

Questa definizione di strumenti derivati è utilizzabile in definitiva per tutte quelle transazioni regolate sulla base di contratti standardizzati ( uniformi ) che non avvengono per contanti (o come si suol dire in gergo a pronti ), cioè con la consegna ed il pagamento immediati del bene reale o finanziario, ma a termine con la consegna e pagamento differito nel tempo ad un prezzo stabilito.

È chiaro quindi, che questi strumenti, identificati come contratti uniformi a termine , vengono utilizzati per immunizzare le posizioni di rischio che si possono aprire sugli strumenti sottostanti da cui essi derivano ma, anche per speculare sulle variazioni di valore nel tempo delle attività sottostanti stesse.

Gli strumenti derivati più importanti e più conosciuti e che prenderemo in considerazione, sono i futures e le options .

Il future è un contratto bilaterale che obbliga le controparti a cedere o ad acquistare l’attività finanziaria sottostante il contratto, entro o ad una certa data futura ed al prezzo concordato.

Le opzions , invece, conferiscono all’acquirente la facoltà, ma non l’obbligo, di acquistare (opzioni di acquisto o call option ) o di vendere (opzioni di vendita o put option ), entro o ad una certa data futura, una determinata attività al prezzo stabilito (prezzo di esercizio o strike price ).
Chi acquista questa facoltà è tenuto al pagamento di un premio a favore dell’altra parte contraente.
Rispetto ai futures, le opzioni consentono all’acquirente di limitare (e predeterminare) le eventuali perdite alla somma pagata (premio) per acquistare il diritto di opzione, mentre possono produrre profitti potenzialmente superiori.

Sarà bene, a questo punto elencare e soffermarsi brevemente su quelli che sono i tipi di futures ed options più conosciuti ed usati e cioè a dire:

  • Futures su titoli di stato (BTp future); 
  • Futures su indici di borsa (Fib 30 e future sul Midex); 
  • Opzioni su indici di Borsa (Mibo 30); 
  • Opzioni su azioni (Iso alfa).

Fondi comuni di investimento

Nei fondi comuni d’investimento i risparmi versati dai singoli risparmiatori confluiscono in una sorta di cassa comune e vengono investiti dall’operatore finanziario (società di gestione), al fine di ottenere i migliori risultati possibili.

I fondi comuni sono pertanto dei portafogli di titoli gestiti da un operatore qualificato, di cui sono proprietari le famiglie o le imprese che ne sottoscrivono le quote, investendovi i propri risparmi.
Il risparmiatore, quindi, attraverso questo tipo di strumento ottiene innanzi tutto una diversificazione del rischio di investimento, in quanto i soldi versati vanno a ripartirsi su centinaia di attività e, in secondo luogo un rendimento finanziario conveniente.

I fondi comuni di diritto italiano possono essere di tipo aperto o chiuso. Nei fondi aperti il patrimonio non è fisso, ma cresce per apporto di nuove sottoscrizioni, o decresce per effetto di richieste di rimborso delle quote, richieste che possono avvenire in qualsiasi momento.

Nei fondi chiusi, invece, l’ammontare massimo del fondo è prestabilito: raggiunto l’importo fissato non si accettano altre adesioni. Le quote sottoscritte dai risparmiatori, inoltre, non possono essere smobilizzate prima di un certo lasso di tempo.

I fondi comuni si distinguono in due grandi categorie: fondi comuni di investimento mobiliare (possono essere di tipo aperto o chiuso) e fondi comuni di investimento immobiliare (possono essere solo di tipo chiuso).
È bene dire comunque che la categoria di fondi più conosciuta e più diffusa presso il grande pubblico dei risparmiatori è senz’altro quella dei fondi comuni d’investimento mobiliare aperti.

Future Eurostoxx 50 Trading System

Future Eurostoxx 50 Trading System S.I.D. Storico operazioni
S.I.D. è un trading system per il future Eurostoxx 50 , si tratta di un sistema puramente discrezionale che opera in intraday e in media fa un’operazione al giorno. Può essere usato con uno o due contratti. Lo stop non è rigidamente prefissato ma comunque sempre stretto (max 20 punti). Il target del primo contratto è 10-15 punti , il secondo contratto (quando utilizzato) ha target variabile in funzione dello sviluppo dell’operazione. Per seguire l’operatività in realt time sottoscrivi l’argomento cliccando sul link apposito presente nella pagina dedicata al trading system S.I.D.
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Gestioni patrimoniali

Con questo termine si intendono indicare particolari servizi di gestione del patrimonio offerti da banche, Società d’Intermediazione Mobiliare (SIM) e Società di Gestione del Risparmio (SGR) ai propri clienti.

Le gestioni patrimoniali, solitamente accessibili con capitali di medio-elevata entità, delegano al gestore la composizione e la movimentazione di portafogli, contenenti attività finanziarie, creati ad hoc in base ad alcune indicazioni rese dai clienti stessi (riguardo soprattutto all’orizzonte temporale ed al profilo di rischio).

Le gestioni patrimoniali sono dette gestioni patrimoniali in fondi (GPF) quando prevedono che i portafogli siano costituiti unicamente in fondi comuni d’investimento ed in S.I.C.A.V. esse vengono invece definite gestioni patrimoniali in valori mobiliari (GPM) quando i portafogli dei clienti saranno investiti in valori mobiliari (azioni, obbligazioni, titoli di Stato ecc.) e non in quote di fondi comuni.

Le gestioni patrimoniali infine possono essere anche miste e cioè investire contemporaneamente in valori mobiliari ed in fondi comuni d’investimento e S.I.C.A.V.

Indici di borsa

L’andamento del mercato può essere sinteticamente valutato con la misurazione di indici. Un indice è un rapporto che può essere calcolato in diversi modi.

La costruzione degli indici viene fatta considerando un determinato numero di società , la quotazione dei prezzi di queste ultime e la ponderazione che viene fatta in base alla capitalizzazione delle società prese in considerazione.

Gli indici possono essere visti come il prezzo di panieri di titoli composti, utilizzando criteri collegati alle dimensione delle società e alla loro presenza relativa nei mercati regolamentati.

Il loro andamento è stato preso sempre di riferimento per valutare la salute dei mercat i ed i gestori li hanno presi come benchmark ciò come modelli di confronto per le loro performances.

L’importanza degli indici è stata notevolmente accresciuta quando sui più rappresentativi delle varie borse internazionali sono stati costruiti dei contratti uniformi a termine (futures e options), trasformandoli in veri e propri strumenti finanziari negoziabili.

I più importanti nel mercato italiano sono l’indice COMIT, il MIB storico, il MIB corrente, il MIBTEL, il MIB 30 e il MIDEX.

Il MIB storico, il MIB corrente.

Il MIB storico considera tutti i titoli quotati ed è costruito sulla media degli scambi dell’intera giornata . Prevede 15 indici settoriali. La base, uguale a 1000, risale al 1975 ed è rinnovabile la prima seduta di ogni anno.
Il MIB corrente riprende tutte le caratteristiche del MIB utilizzando come base uguale a 1000 il primo giorno di Borsa dell’anno solare.

Il MIBTEL, il MIB 30 e il MIDEX.

Il MIBTEL è un indice partito il 3/1/1994 con una base uguale a 10.000 come conseguenza dell’avvento del circuito telematico degli scambi di Borsa. Ha la stessa struttura del MIB storico solo che prende a riferimento il prezzo dell’ultimo contratto sottoscritto . E’ quindi aggiornato in continua rappresentando la migliore indicazione puntuale dell’andamento della Borsa durante le fasi di negoziazione.

Il MIB 30 è anche esso un indice telematico simile al MIBTEL, costruito con le 30 principali società del mercato. La base uguale a 10.000 è del 31/12/1992 ed è aggiornata 2 volte l’anno , a settembre e a marzo. Le società sono selezionate in base alla capitalizzazione media nel semestre (numero di azioni per quotazione media).

In occasioni particolari possono anche verificarsi ricomposizioni dei titoli e dei pesi del paniere. Il MIDEX è il secondo indice telematico costruito su un paniere di titoli selezionati. Nato il 30/12/1994 con una base uguale a 10.000 è costruito con 25 titoli azionari di media capitalizzazione.

Come il MIB 30 la sua composizione è rivista a settembre e marzo ed ogni qual volta si modifica il paniere dei titoli principali.

L’assetto dei mercati italiani

Nel nostro il paese il quadro normativo attuale è cominciato a delinearsi all’inizio degli anni ’90 con una serie di interventi normativi poderosi, sfociati nel Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazioni finanziarie ( Tuf ), D.Lgs. 24-2-1998, n. 58 entrato in vigore il 1 luglio 1998.

Con questo decreto il legislatore ha voluto dare una risposta esaustiva ed ordinata alla materia abrogando tutta la disciplina precedente pur recependo molti degli aspetti presenti nelle leggi precedenti (in particolare D.Lgs. 23-7-1996, n. 415 -Decreto Eurosim).

Il TUF è composto da 6 parti la prima tratta delle disposizioni comuni, la seconda della disciplina degli intermediari, la terza dei mercati, regolamentati e non, la quarta è relativa agli emittenti, la quindi prevede le sanzioni e la sesta contiene le norme transitorie.

Lo spread

E’ dall’autunno del 2011 che, quotidianamente, sentiamo parlare di spread. Ma sappiamo realmente cosa significa questa parola anglosassone e quali sono le sue implicazioni principali sull’economia reale? Iniziamo col dire che, con il termine spread, si intende, più semplicemente, un differenziale. A seconda del contesto in cui tale termine è usato, quindi, potrà assumere diversi significati.

Innanzitutto lo spread può essere inteso come differenziale bid-ask, ossia come differenza tra denaro e lettera: stiamo parlando dello spread tra il prezzo più basso a cui un venditore è disposto a vendere un titolo (ask) ed il prezzo più alto che un compratore è disposto a pagare pur di avere quel titolo (bid). In questo contesto, quindi, lo spread rappresenta una misura di liquidità del mercato.

Nel mercato del credito, invece, lo spread denota il differenziale tra il tasso di rendimento di una obbligazione e quello di un titolo che viene preso a benchmark, ossia come riferimento. Lo spread, così come lo conosciamo noi, fa riferimento ad un BTP decennale ed al corrispettivo Bund tedesco. Ma ciascun stato ha il suo: la Spagna, ad esempio, calcola lo spread tra il suo Bonos decennale ed il corrispettivo Bund di pari durata.

Facciamo un esempio: ipotizziamo che il BTP decennale italiano renda il 5% e che il Bund di pari durata renda il 2%. La differenza è di tre punti percentuali e, quindi, lo spread sarà di 300 punti base. Questo rendimento atteso è soggetto a delle movimentazioni: può infatti salire o scendere a seconda del tasso di fiducia che gli investitori ed i creditori hanno con riferimento al titolo o al Paese sottostante.

Il credit spread, come si può facilmente intuire, è quindi una misura del rischio finanziario associato all’investimento: più sarà alto e maggiore sarà il rischio di insolvenza del titolo in questione. Allo stesso tempo, però, permette anche di definire l’eventuale guadagno finanziario ottenibile investendo in tale titolo rispetto al rendimento del titolo preso come riferimento.

Lo spread, poi, ha altri due significati:
– E’ un’operazione finanziaria che combina più attività finanziarie (generalmente dei titoli derivati) per ottenere un certo rendimento ad una data scadenza;
– E’ il tasso che gli istituti di credito applicano al parametro sottostante in caso di concessione di finanziamenti, prestiti e mutui. Lo spread, aggiunto al costo del denaro, restituisce il tasso nominale del finanziamento erogato.

Mercato italiano dei derivati

L’IDEM è il mercato dove vengono negoziati contratti futures e contratti di opzione aventi come attività sottostanti strumenti finanziari, tassi di interesse ed indici dei mercati finanziari.

La società di gestione dei mercati definisce quali sono le caratteristiche dei contratti derivati negoziati nel mercato. In particolare si definiscono le attività sottostanti, le scadenze negoziate, il tipo di facoltà, i termini e le modalità di esercizio dei diritti e degli impegni contenute nei contratti a termine.
I prodotti scambiati nel mercato sono;

  • il Fib30 ; contratto future sull’indice di borsa Mib30 con scadenze marzo, giugno, settembre, dicembre;
  • il Midex future ; contratto future sull’indice Midex;
  • il Mib30 ; contratto di opzione sul Mib30;
  • le opzioni Isoalfa ; contratti di opzione put o call relative a singoli titoli.

Le negoziazioni si svolgono in un’unica fase di negoziazione continua.

Nel mercato operano dei market maker che garantiscono un’adeguata liquidità. I market maker sono di fatto operatori abilitati iscritti in un apposito elenco tenuto dalla Consob, che devono immettere continuamente ordini di acquisto e di vendita sui vari prodotti.

Cerchiamo di capire, nello specifico, con la parola derivato cosa vogliamo intendere. Si tratta di uno strumento finanziario, che basa il suo prezzo sui valori di mercato di quelle che sono le attività sottostanti, ovvero: azioni, indici azionari, materi prime, obbligazioni, tassi d’interesse. Sintetizzando un attimo quello che abbiamo detto, il prezzo di un derivato dipende, quindi, dal valore di un’attività tra quelle elencate, che non si possiede; così da poter negoziare il rischio, ma senza comprarla direttamente.

Alla luce di quello che abbiamo appena detto, la negoziazione di derivati, non è sicuramente una normale attività di investimento. Anzi, questo strumento finanziario è usato solo come hedging, ovvero come copertura di un rischio, o ancora come speculazione, acquistando un prodotto in un mercato per poi venderlo in un altro.

Se facciamo un salto all’indietro, vediamo che i primi derivati furono trattati nel CBOT, ovvero il Chicago Board Of Trade, fondato nel lontano 1848; mentre attualmente il mercato più importante al mondo è il Korea Exchange. Oltre al mercato coreano, ci sono poi l’Eurex, e il CME Group, con quest’ultimo che è il risultato della fusione nel 2007 tra il Chicago Mercantile Exchange e il Chicago Board of Trade, con l’acquisizione poi l’anno successivo anche del New York Mercantile Exchange. L’apice del successo, per quel che riguarda i derivati c’è stato nel triennio 1989-1992, dove si è arrivati a sfiorare i 20.000 miliardi di dollari.

Attualmente questo mercato fa registrare dati molto importanti: basti pensare che a fine giugno 2012, il volume dei derivati è arrivato a toccare ben 639.000 miliardi di dollari. Attualmente in America, il 93% di quello che è il mercato totale dei derivati è in mano a quattro istituti di credito: Bank of America, JP Morgan, Morgan Stanley, e Goldman Sachs.

Come abbiamo detto precedentemente, i derivati sono trattati in diversi mercati finanziari; ma possiamo dire tranquillamente che molto spesso sono negoziati anche su mercati alternativi che sono chiamati OTC. Questi mercati, che non sono regolari, sono creati o da professionisti del settore, oppure da istituzioni finanziarie. In Italia il mercato ufficiale dei derivati si chiama: IDEM, che è l’acronimo di Italian Derivative Market.

Quando parliamo di derivati, come in ogni prodotto trattato in borsa, c’è un gergo con cui vengono denominati. Per esempio, le tipologie standard sono chiamate plain vanilla; mentre quando parliamo di tipologie un po’ più complesse il nome usato è esotici. Tra le tipologie a disposizione per quel che riguarda i prodotti finanziari derivati ci sono: le opzioni, i forward rate agreement, i futures e gli swap.

Partiamo dalle Opzioni, che danno la possibilità e non l’obbligo all’investitore di acquistare o vendere il sottostante, ad un prezzo fisso e ad una data certa: Per l’acquisto vengono usate le opzioni Call, mentre per la vendita quelle Put. Per quel che riguarda i Forward Rate Agreement, invece, si tratta di contratti che vedono una delle parti che si impegna a scambiare del denaro, la cui quantità viene determinata attraverso la differenza tra un tasso fisso concordato, denominato Contract Rate, e uno di riferimento detto Libor.

I Futures, invece, sono contratti standard con un termine ben preciso, attraverso i quali un soggetto si impegna a vendere o acquistare attività finanziarie, o merci, ad un prezzo ed una data stabiliti. I futures sono di diversa natura finanziaria del sottostante e tra questi segnaliamo: currency futures, commodity futures, stock index futures, financial futures, e interest rate futures. Chiudiamo con gli Swap che sono contratti, attraverso i quali i contraenti vanno ad impegnarsi a scambiare flussi monetari futuri.

Questi presentano due tipologie particolari: gli interest rate swap e i currency swap. Per quanto riguarda la prima tipologia, qui si è obbligati a pagare per un tempo prestabilito, gli interessi che sono calcolati sul capitale, con un tasso fisso; mentre per il secondo si è obbligati a pagare interessi che invece sono calcolati con un tasso variabile. La seconda tipologie, pur essendo uguale alla prima per certi versi, oltre a scambiare i flussi di valute diverse, prevede anche i flussi di capitali oltre che quelli di interesse.

Per quanto riguarda i derivati trattati sull’OTC, il 67% è rappresentato dagli interest rate contract, il 9% dai foreign exchange contracts, l’8% dai credit default swap, il 2% dai commodity contracts, l’1% dagli equity contracts; e il restante 12% da altri derivati. In generale, i derivati, sono caratterizzati dalla leva, che come sappiamo è uno strumento finanziario che consente di poter acquistare un numero superiore (a seconda della leva che si sceglie in percentuale) di strumenti stessi, che non si sarebbero potuto comprare con il capitale iniziale in possesso. Dunque, consenti di aumentare, come detto in percentuale, gli effetti degli investimenti fatti; consentendo di guadagnare di più, ma anche di perdere di più in caso di insuccesso.

Mercato italiano futures

Il MIF è il mercato telematico all’interno del quale si scambiano i contratti uniformi a termine sui titoli di Stato, futures sui titoli di Stato, opzioni sui futures sui titoli di Stato, futures sui tassi di interesse.

Il sistema funziona con il meccanismo della contrattazioni continua. Alle negoziazioni sono ammessi i normali operatori autorizzati ed un gruppo di operatori selezionati, iscritti in un apposito albo speciale tenuto presso la Banca d’Italia.

Gli operatori principali forniscono per conto proprio e di terzi proposte di acquisto e vendita in via continuativa.

Le altre banche e SIM lavorano solo per conto di terzi, mentre tutti gli altri operatori abilitati agiscono solo per conto proprio.

Il MIF, nato come Società di gestione del mercato autonoma, è stato recentemente acquisito dalla Borsa Italiana S.p.a. che lo integrerà progressivamente nell’altro mercato dei derivati l’Idem.

Mercato telematico azionario

Nell’MTA (Mercato telematico azionario) si negoziano contratti di compravendita di azioni, obbligazioni convertibili, warrant, covered warrant e certificati di quote di fondi mobiliari ed immobiliari chiusi. La liquidazione dei contratti avviene il quinto giorno di Borsa aperta successivo alla conclusione degli stessi.

Le negoziazioni avvengono con una asta di apertura in cui si stabilisce il prezzo di apertura e successivamente in negoziazione continua.

L’asta di apertura è composta di tre fasi:

  • la pre-apertura in cui gli operatori immettono le loro proposte di acquisto e di vendita dalle quali si determina il prezzo di teorico di apertura;
  • la validazione del prezzo teorico di apertura;
  • la conclusione dei contratti in cui tutte le contrattazioni sono svolte al prezzo di apertura.

Nella contrattazione continua, le negoziazioni vengono fatte al prezzo che si determina nel momento in cui si creano le condizione per la loro esecuzioni, cioè quando il sistema telematico trova un offerta uguale di segno contrario.

La seduta borsistica termina con la fase di cancellazione dei contratti in cui si eliminano le proposte rimaste inevase e la fase di chiusura in cui si calcolano il prezzo di riferimento e il prezzo ufficiale.

Il prezzo di riferimento è la media ponderata per ogni titoli sulla base delle quantità dei prezzi dell’ultimo 10% delle contrattazioni della giornata.

Il prezzo ufficiale è il prezzo medio ponderato di tutte le contrattazioni della giornata che hanno avuto per oggetto un determinato strumento finanziario.

Modalità operative

Il processo mediante il quale viene impostata ed eseguita un’operazione di investimento-disinvestimento su strumenti finanziari, può essere idealmente scomposto in cinque fasi:

  1. valutazione e decisione d’investimento da parte del risparmiatore-trader;
  2. conferimento dell’ordine ad un intermediario;
  3. esecuzione dell’ordine mediante l’inserimento dello stesso nel sistema telematico da parte dell’intermediario;
  4. liquidazione dell’operazione;
  5. procedure di addebito-accredito nei conti dell’investitore con relative comunicazioni.

In questa sezione intendiamo riassumere tutte le informazioni pratiche necessarie per svolgere l’attività di trading, mentre affrontiamo nel capitolo “Strategie” l’aspetto decisionale.

Monete metalliche

Con il termine moneta, che deriva da “monere” ossia “colei che ammonisce”, intendiamo tutto ciò che viene utilizzato come mezzo di pagamento e come intermediario degli scambi e che, quindi, svolge diverse funzioni.

moneta2

Funzioni di misura del valore (unità di conto), di mezzo di scambio nella compravendita di beni e servizi (strumento di pagamento), di fondo valore (riserva di valore) e di riferimento per pagamenti dilazionati (funzione implicita nelle tre precedenti). La funzione primaria della moneta, comunque, è quella di sturmento di pagamento dal momento che tutte le altre sono o conseguenza o condizione favorevole della stessa.

Come scrive il premio Nobel Samuelson: «la moneta, in quanto moneta e non in quanto merce, è voluta non per il suo valore intrinseco, ma per le cose che consente di acquistare». (Samuelson, Economia, Zanichelli, 1983, pag. 255)

Se nell’antichità esistevano unicamente le monete metalliche, che consistevano in dischi di varia dimensione e composizione coniati dai sovrani o dai regnanti come strumento di pagamento, nelle economie moderne si è affiancata anche la moneta cartacea, che è più economica da produrre e più comoda da usare.

Dopo un lungo e lento processo iniziato in Gran Bretagna alla fine del 1600, l’emissione di moneta è oggi regolata da precise regole e norme che impongono che dello stesso compito sia deputata la Banca centrale di ogni Paese o, come avviene nell’Eurozona dopo l’introduzione dell’euro, della Bce.

Nei sistemi monetari attuali il potere di produzione della moneta appartiene esclusivamente alla banca centrale, tuttavia le banche ordinarie continuano comunque, in un certo senso, a “produrre moneta” (in senso lato, ovviamente): non certo stampando banconote proprie (come facevano i banchieri del passato, a fronte di una copertura non totale in oro), ma emettendo strumenti di pagamento bancari (moneta bancaria, nel senso odierno del termine) a fronte dei depositi in moneta legale ricevuti (senza però tenere totalmente immobilizzati questi depositi), grazie alla loro elevata e professionale capacità di gestione della liquidità (di fatto “moltiplicando” la “liquidità” presente nell’economia).

Nuovo mercato

Il Nuovo Mercato, definito anche con l’acronimo NM, quota esclusivamente le azioni ordinarie di tutte quelle aziende, italiane ed estere, che hanno un potenziale di sviluppo elevato, oltre alle obbligazioni convertibili, ai warrant ed ai diritti di opzione di queste azioni.

Borsa

All’interno del Nuovo Mercato troviamo due comparti: il Nuovo Mercato in senso stretto e quello serale (TAHnm, ossia trading afterhours Nuovo Mercato).

Le fasi nell’NM sono le stesse dell’MTA: asta di apertura, composta di pre-asta, validazione ed apertura, negoziazione continua ed asta di chiusura, compresa di pre-asta, validazione e chiusura. Identiche sono anche le modalità di determinazione dei prezzi di mercato e di quelli di riferimento, di controllo e ufficiale.

Nel Nuovo Mercato è possibile formulare proposte con o senza limite di prezzo, che possono essere immesse, modificate o cancellate solo nelle fasi della pre-asta e della continua. Nella fase della pre-asta, poi, possono essere aggiunti gli stessi parametri previsti, per la VSC,VSD, EOC. Qualora la proposta sia con limite è possibile utilizzare la specifica VSO.

Durante la negoziazione ancora una volta le modalità sono le stesse previste per l’MTA: VSO, VSO, VSD, EOC, EQM, TON nonché ECO per le applicazioni e ERP per le proposte con limite di prezzo. Infine, durante la continua e la pre-asta di chiusura è possibile inserire “valido solo chiusura”. Si possono immettere proposte con visualizzazione parziale della quantità e si possono eseguire contratti con la funzione “cross order”.

I limiti di variazione delle proposte e dei contratti rispetto al prezzo di controllo nonché il limite massimo di modifica tra i prezzi di due contratti consecutivi sono gli stessi di quelli previsti per i titoli quotati sull’MTA. I contratti conclusi vengono liquidati il terzo giorno successivo alla stipula di mercato aperto.

Le azioni ordinarie di aziende “ad alto potenziale di sviluppo” possono essere scambiate nel mercato serale (TAHnm) su richiesta dello specialista e secondo le modalità della negoziazione continua. Le proposte possono essere immesse con o senza limite di prezzo e con le specificità già viste per il mercato serale dei titoli quotati nell’MTA.

Obbligazioni

Le obbligazioni, chiamate anche bond in lingua inglese, sono titoli di debito emessi da società o enti pubblici che attribuiscono al loro possessore il diritto, alla scadenza, del rimborso del capitale prestato all’emittente più un interesse da corrispondere su tale somma. La tipica obbligazione, oltre che una delle più conosciute e scambiate, è il titolo di Stato.

Lo scopo di una emissione obbligazionaria, o prestito obbligazionario, è il reperimento di liquidità ulteriore da parte dell’emittente. Il rimborso, generalmente, avviene alla scadenza ed è pari al valore nominale, versato in un’unica soluzione, mentre gli interessi sono liquidati periodicamente ogni trimestre, semestre o annualmente.

L’interesse corrisposto periodicamente è detto cedola perché in passato per riscuoterlo si doveva staccare il tagliando numerato unito al certificato che rappresentava l’obbligazione. Se l’emittente non paga una cedola (così come se è insolvente nei confronti delle banche o di creditori commerciali), un singolo obbligazionista può presentare istanza di fallimento.

Un aspetto da valutare accuratamente all’atto della sottoscrizione di un’obbligazione è la qualità, detta anche solvibilità dell’emittente; questa viene espressa con un giudizio, detto rating. Il rating esprime la classificazione della qualità degli emittenti di un titolo obbligazionario determinati secondi criteri di solidità finanziaria e di potenzialità dell’emittente. Gli istituti che emettono tale rating sono diversi, tra i principali troviamo Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch.

Un indicatore molto importante in ambito obbligazionario è la durata; questa fa riferimento alla vita residua del titolo ponderata con il flusso di cedole che saranno pagate in futuro. Per i titoli senza cedola (Zero Coupon Bond) la durata media finanziaria, o duration, è esattamente pari alla durata residua dello stesso.

Il rendimento di un’obbligazione è direttamente proporzionale alla rischiosità dell’emittente. Un’emittente con rating basso dovrà pagare cedole maggiori per trovare investitori disposti a finanziarla rispetto a un’emittente con rating più alto. La differenza di rendimento rispetto a un’emittente priva di rischio è detta premio per il rischio.

Operazioni su azioni

Prima di addentrarci ad analizzare cosa si intende per operazioni sulle azioni, cerchiamo di capire cosa sono le azioni. Queste possono essere viste come dei titoli rappresentativi di una quota della proprietà di una società. Solamente chi ne possiede almeno una può dirsi socio di una società per azioni o di una società in accomandita per azioni.

Nonostante il codice civile lasci la possibilità, in taluni casi, di suddividere la proprietà in azioni o in quote azionarie, il ricorso alle azioni consente una maggiore facilità nello scambio delle stesse, soprattutto attraverso lo strumento delle Borse e del mercato azionario.

Sono diverse le tipologie di azioni che possono essere emesse; possiamo trovare, tra queste, le azioni ordinarie che danno al possessore delle stesse diritti amministrativi e patrimoniali come la partecipazione ad assemblee ordinarie e straordinarie, il diritto al riparto degli utili e a una quota di liquidazione nel caso di scioglimento della società.

Diverse da quelle ordinarie sono, invece, le azioni privilegiate, le azioni di risparmio e le azioni di godimento; esse attribuiscono diritti diversi rispetto alle azioni ordinarie.

Il valore complessivo delle azioni di una società è detto capitalizzazione. L’azienda che emette azioni ha il vantaggio di poter reperire e recuperare, in breve tempo, la liquidità finanziaria necessaria per eventuali investimenti, mentre il possessore ottiene una remunerazione pari ad una quota di profitti dell’azienda. Tale quota è nota come dividendo.

Le operazioni su azioni sono contratti uniformi a termine mediante i quali una delle parti, dietro pagamento di una somma (premio), acquista la facoltà di ritirare (call option) o di consegnare (put option) a un prezzo (prezzo di esercizio o stike price) e ad una data prefissati, un certo quantitativo di titoli azionari.

Il compratore di opzioni call e di opzioni put di questo tipo, può esercitare la sua relativa facoltà in qualunque giorno compreso tra la prima seduta di negoziazione e il giorno di scadenza dell’opzione stessa.

Il termine Iso alfa deriva dall’inglese individual stock option e “alfa” generalizza il nome dell’azione sottostante.

Prestiti – prestiti personali e prestito pubblico

Prestito: E’ la concessione temporanea di un bene proprio ad altri che deve restituirlo in un tempo che può essere o non essere preventivamente determinato, assumendo l’impegno di restituire un quantitativo analogo (prestito gratuito) o maggiore ( prestito a interesse )

Prestito pubblico: Si tratta di un’operazione finanziaria mediante la quale lo stato, per sopperire a spese eccezionali superiori alle ordinarie entrate di bilancio, raccoglie capitali fra i cittadini (prestiti interni) o anche all’estero (prestiti esteri), rilasciando titoli rappresentativi di debito pubblico fruttanti un determinato interesse. I prestiti interni, a seconda che la sottoscrizione sia rimessa o no alla libera volontà dei mutuanti, si possono essere spesi sul mercato stesso del paese mutuatario o su quello del paese mutuante; comunque sono destinati a determinare, un’aumento, nell’uno delle importazioni, nell’altro delle esportazioni di beni e servizi.

Una prima forma di prestiti fu’ praticata in italia nel XII-XIII sec. da Firenze e dalle repubbliche marinare, ricorrendo ai banchi. Nella sua forma attuale il prestito risale al XVIII sec.

Quotazione

La quotazione dei titoli ai mercati borsistici è regolamentata dalla Società di gestione dei mercati attraverso precisi compiti di ammissione, esclusione e sospensione degli intermediari e degli strumenti finanziari.

Gli strumenti ammessi sono :

  • azioni,
  • obbligazioni,
  • warrant,
  • quote di fondi chiusi,
  • covered warrant,
  • obbligazioni strutturate,
  • titoli di Stato

Le società o gli enti emittenti (nazionali, esteri, Stati o enti sovranazionali) devono essere regolarmente costituiti conformemente alle leggi e ai regolamenti ai quali sono soggetti. Gli strumenti finanziari devono essere emessi nel rispetto delle normative, idonei ad essere oggetto di liquidazione di borsa e liberamente trasferibili.
Vi sono infine dei criteri di ammissibilità per gli emittenti.

Per gli emittenti di azioni le condizioni sono:

  • pubblicazione e deposito degli ultimi tre bilanci annuali (anche non in utile);
  • ultimo bilancio certificato con conferimento di incarico ad una società di revisione;
  • deposito del budget dell’esercizio in corso e dei piani dei due successivi;
  • capacità di generare ricavi in condizioni di autonomia gestionale.

Per gli emittenti di obbligazioni le condizioni sono:

  • titoli emessi a fronte di un prestito il cui ammontare residuo sia almeno di 30 miliardi (10 per le obbligazioni convertibili);
  • diffusione adeguata tra il pubblico o gli investitori istituzionali.

Tali condizioni possono essere meno rigide per particolari tipologie di strumenti finanziari che vengono scambiate in particolari segmenti del mercato borsistico.

La domanda di ammissione deve essere fatta dalla società o dall’ente emittente alla Borsa Italiana S.p.a., la quale verifica le condizioni e respinge o accetta la domanda.

L’ammissione dei titoli di Stato segue una procedura automatica in cui il decreto di emissione del Ministero del Tesoro si configura come domanda di ammissione e la Borsa Italiana S.p.a ne dispone l’ammissione.

Per gli altri emittenti la procedura lascia discrezionalità alla Società di gestione del mercato. Per garantire trasparenza ed efficacia alla domanda di ammissione vengono normalmente nominati degli Sponsor da parte degli emittenti. Gli Sponsor scelti tra gli intermediari professionisti affiancano gli emittenti nella domanda di ammissione, assicurando un ordinato svolgimento dello stessa e riducendone i tempi.

Una volta ammessi gli strumenti finanziari alle negoziazione, la Società di gestione del mercato può sempre intervenire a tutela degli investitori sospendendo la quotazione se la regolarità del mercato non è temporaneamente garantita, o addirittura revocando l’ammissione se non sia possibile garantire un mercato regolare per lo strumento.

SICAV

S.I.C.A.V. è l’acronimo che viene utilizzato per indicare le Società di Investimento con Capitale Variabile; come descrive l’articolo 1 del Testo Unico della Finanza, esse sono una “società per azioni a capitale variabile con sede legale e direzione generale in Italia avente per oggetto esclusivo l’investimento collettivo del patrimonio raccolto mediante l’offerta al pubblico di proprie azioni”.

Nell’ordinamento giuridico italiano sono state introdotte con il decreto legislativo numero 84 del 1992 per dare seguito alla Direttiva europea 85/611/CEE, ma sono attualmente regolate dal TUF. Anche in altri Paesi dell’Ue sono presenti delle società per azioni con struttura simile alla SICAV.

Il decreto legislativo del 1988, ossia il TUF di cui sopra, ha classificato le SICAV tra gli Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio; di conseguenza, quindi, possono essere assimilate ad un fondo comune di investimento, dal quale però si differenziano per il fatto che nelle SICAV l’investitore assume la qualifica di socio della società.

Nei fondi comuni di investimento, invece, l’investitore rimane solamente titolare di una quota del fondo, che viene invece amministrato da una società di gestione distinta, la cosiddetta SGR.

Le azioni della SICAV, il cui valore viene determinato secondo le modalità previste dallo statuto, possono essere, a scelta del sottoscrittore, nominative o al portatore. Le azioni al portatore attribuiscono un solo voto indipendentemente dal loro numero. Da queste righe si può comprendere come le SICAV nascano per soddisfare l’esigenza di realizzare più comparti di investimento dove si potranno avere particolari categorie di azioni.

La Sicav può essere costituita previa autorizzazione della Banca d’Italia, sentita la Consob. Le condizioni fondamentali per il rilascio dell’autorizzazione sono:

  • adozione della forma della società per azioni;
  • sede legale e direzione generale situate nel territorio della Repubblica Italiana;
  • capitale sociale di ammontare non inferiore a quello stabilito dalla Banca d’Italia;
  • possesso, da parte degli esponenti aziendali, dei requisiti di onorabilità e professionalità;
  • previsione, nello statuto, dell’oggetto esclusivo dell’investimento collettivo del patrimonio raccolto mediante l’offerta al pubblico delle proprie azioni.

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    • Daniel Bryea

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