Salvatore Ferragamo e la Borsa: “E’ stata una svolta”

Pubblicato da: MatteoT - il: 08-02-2012 18:36

Entrato a far parte della Borsa il 29 giugno del 2011. Un momento prima del crollo dei mercati finanziari con un prezzo di collocamento a 9 euro. La scorsa settimana ha superato quota 13 euro. Stiamo parlando di Salvatore Ferragamo. Vi proponiamo qui sotto un’intervista realizzata dal Corriere della Sera.

Insomma, un buon rapporto finora quello che lega Ferragamo alla Borsa. Quasi un contraltare rispetto a Benetton Group, che Piazza Affari ha deciso di abbandonarla.

«Posso parlare solo della nostra esperienza, non mi permetterei mai di fare commenti sulle decisioni di altri. Ogni azienda ha le proprie necessità – premette Ferruccio Ferragamo, presidente del gruppo fiorentino -. Per noi la Borsa è stata il modo per far vedere i veri valori del “mondo Ferragamo”. Una società che ha solide fondamenta, da quando è stata fondata 80 anni fa da mio padre Salvatore; che ha un marchio riconosciuto; con un gruppo di manager e di collaboratori di prim’ordine, a partire dall’amministratore delegato Michele Norsa e scendendo fino all’ultimo nostro dipendente; un’azienda, infine, che si sa continuamente rimettere in discussione, come ci ha sempre insegnato mia madre Wanda quando, ogni volta che presentiamo i risultati ottenuti in un anno, commenta: “Sì, va bene, ma il prossimo?”».

Essere quotati vi ha dato maggiore disciplina come azionisti?

«Su questo fronte direi che non ci sono stati cambiamenti significativi, semmai ha rafforzato le decisioni prese. Abbiamo da tempo norme che regolano i nostri rapporti con l’azienda e tra di noi. Se, per esempio, vado a comprare un paio di scarpe in un negozio Ferragamo lo pago e lo stesso fanno gli altri membri della famiglia. Abbiamo, poi, disciplinato l’ingresso delle nuove generazioni in azienda, stabilendo un massimo di tre persone. Tre persone competenti».

Dover comunicare pubblicamente e condividere le proprie strategie non è un freno per il gruppo?

«Trovo giusto far vedere dove l’azienda sta andando. Non abbiamo segreti. Facciamo cose che sono nell’interesse del gruppo, che vogliamo sempre più rafforzare».

Nel 2011 avete sfiorato la soglia di 1 miliardo di euro di fatturato (986,5 milioni, +26,2%). Gli ultimi due anni mostrano una accelerazione della crescita, dopo un periodo più fermo. A cosa è dovuta?

«A molti motivi insieme. Un po’ l’accresciuta visibilità, un po’ abbiamo migliorato i prodotti. Soprattutto, sono diventati importanti quei nuovi mercati dei quali siamo stati pionieri. Stiamo, insomma, raccogliendo i frutti di ciò che abbiamo seminato e di questo devo ringraziare tutte le persone che lavorano in azienda».

Infatti, dopo la quotazione avete dato un bonus di 1.000 euro a ciascun dipendente.

«Abbiamo pensato che lo meritassero. Senza di loro non saremmo qui».

Governo, Confindustria e sindacati stanno affrontando la riforma del mercato del lavoro. Cosa pensa dell’articolo 18 e qual è l’argomento più urgente oggi?

«I giovani: devono avere la precedenza assoluta. Parlo non solo come presidente di Ferragamo ma anche come presidente di Polimoda, il centro di alta formazione i cui oltre 1.000 studenti nell’84% dei casi trovano lavoro dopo sei mesi. Non possiamo deludere gli studenti e i loro genitori con l’impossibilità di avere un’occupazione perché tutto è congelato. Le formazioni vincenti si fanno con le persone giuste al posto giusto: noi oggi dobbiamo competere con tutto il mondo, non solo in casa nostra; dobbiamo esserne consapevoli. Per questo, ringrazio chi ci pensa. Dobbiamo affrontarli, questi argomenti, non far finta di nulla».

Ma c’è ancora spazio per l’Italia?

«È un Paese fantastico che può dare ancora tantissimo e sicuramente nel lusso, che è avvantaggiato dal fatto di non dover per forza competere con i costi e le produzioni dei Paesi emergenti. Come Ferragamo produciamo tutto in Italia. Gestiamo le fabbriche come se fossero nostre, non pensiamo neanche per un secondo di abbandonarle per un vantaggio della marginalità. Sarebbe anche un salto nel buio per la qualità dei prodotti».

Si è molto discusso in questi ultimi mesi sull’impoverimento del Paese a causa del passaggio di mano di grandi marchi italiani.

«Sia che passi il controllo sia che dislochino le produzioni, è una sconfitta per l’Italia. Ma credo che ci siano altrettanti marchi, se non di più, che tentano di affacciarsi sul mercato. È importante che trovino le condizioni per potersi muovere, dall’accesso al credito alla flessibilità nel mondo che ci circonda per avere la squadra migliore».

Avete fatto qualche acquisizione in passato, poi vi siete fermati. Perché?

«Non abbiamo mai creduto profondamente nelle acquisizioni. Le abbiamo fatte a livello personale quando abbiamo diversificato – entrando, per esempio, negli alberghi – per dare opportunità a chi, della famiglia, ha le capacità di potersi occupare di altri settori. Ma nelle acquisizioni per crescere ci crediamo relativamente».

Fonte: corriere.it

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