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sia la curva dell’utilità decrescente dei beni ottenuti con l’impiego di ore lavorative; sia la curva di penosità del lavoro. Le due curve si incontreranno nel punto P, nel quale la penosità del lavoro e l’utilità dei beni conseguiti coincideranno.
Il lavoratore isolato avrà perciò realizzato in quel punto il suo migliore equilibrio. Oltre tale punto, ogni ulteriore dose di lavoro sarebbe antieconomica, perché la penosità sopportata non sarebbe compensata dall’utilità ottenuta.
Ma il caso del lavoratore isolato è ormai un’ipotesi molto infrequente. Il caso piú normale è quello del lavoro associato, a causa del progresso e del miglioramento delle tecniche produttive. Il lavoratore non è piú libero di interrompere il lavoro quando incomincia ad accusare lo sforzo, perché è vincolato da un regolare contratto di lavoro e deve prestare quel dato numero di ore lavorative. E, inoltre, se egli anche potesse interrompere, creerebbe squilibri nel lavoro degli altri, per il legame che unisce ogni forma di lavoro associato.
Costretto a rispettare un dato orario, il lavoratore, quando sarà stanco, non potendo interrompere il lavoro, abbasserà il proprio rendimento. Soltanto una migliore retribuzione delle ore lavorative supplementari potrebbe convincerlo ad effettuare ore straordinarie di lavoro che, se pur meglio pagate, sono le meno produttive dal punto di vista economico.
Tuttavia, si arriverà ad un momento in cui, sebbene allettato da un piú alto salario, il lavoratore non sarà più in grado di effettuare prestazioni straordinarie: anche il fattore lavoro, come già abbiamo visto per il fattore natura, incontra, ad un certo momento, limiti insuperabili di irriproducibilità.
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