In termini teorici, il costo marginale è il costo di una unità addizionale di prodotto. Contabilmente il costo marginale è dato dalla differenza fra il costo totale di « n » unità prodotte e il costo totale di « n 1 » unità. SAMUELSON lo definisce anche come il « costo extra » che l'impresa incontra quando produce una unità extra di prodotto.
Il costo marginale rappresenta, come suol dirsi, l'ago della bussola per l'impresa, perché è sulla base di esso che si determina la convenienza o meno ad aumentare la produzione. Infatti, finché il costo marginale non uguaglia il prezzo, l'impresa ha convenienza ad aumentare la produzione. Quando il costo marginale invece supera il prezzo è intuitivo che l'impresa non ha convenienza a produrre una quantità extra di prodotto ad un costo superiore al prezzo. Possiamo, quindi affermare che l'impresa spinge la produzione fino al punto in cui il costo marginale diventa uguale al prezzo di vendita.
Se costo marginale e costo unitario medio coincidono, l'impresa si trova al punto minimo di redditività (impresa marginale). Prezzo di vendita, costo marginale e costo medio in questo caso sono uguali. Ma se il prezzo di vendita diminuisce, l'impresa viene a trovarsi « fuori mercato », in quanto avendo i propri costi, marginale e medio, superiori al prezzo di vendita del prodotto produce in perdita. Il punto in cui costo unitario medio e costo marginale coincidono viene detto « punto di fuga » e rappresenta la frontiera economica per l'impresa affinché possa rimanere nel mercato.