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Investimenti -> La concorrenza perfetta

La forma teorica della concorrenza perfetta è stata oggetto di approfondite analisi fin dai tempi di Adam SMITH ed ha avuto grande importanza nella formazione del pensiero economico. Ancora oggi lo studio di questa forma di mercato, viene considerato indispensabile perché costituisce la base logica per la comprensione di molti problemi economici: il funzionamento dell'economia di mercato, l'efficienza nell'allocazione delle risorse, i limiti dell'ingerenza dello Stato nella vita economica. Considerazioni di questa natura ha osservato qualche autore sono alla base della dottrina liberista, basata appunto sul principio di lasciare il meccanismo economico al suo funzionamento spontaneo, una volta stabilite condizioni di concorrenza; secondo questa dottrina lo Stato dovrebbe limitarsi a tutelare rigorosamente le "regole del gioco" (e cioè le condizioni di concorrenza) lasciando poi l'intera gestione del sistema economico nelle mani dell'iniziativa individuale.» L'analisi dei mercati concorrenziali ha inoltre avuto un enorme influsso sugli studiosi per spingerli ad approfondire le caratteristiche delle altre forme di mercato, più frequenti a riscontrarsi nella realtà. Il grano, per esempio, è sempre grano chiunque lo coltivi e ciascuno dei numerosi produttori di grano riceve lo stesso prezzo di concorrenza. Poiché il prodotto di tutte le imprese del settore è sostanzialmente identico e ciascun produttore controlla soltanto una parte irrilevante dell'offerta totale, egli deve accettare come « dato » il prezzo corrente di mercato. Non potendo influenzare o modificare il prezzo, il compito dell'imprenditore consiste nel regolare il volume della produzione in modo da realizzare un certo profitto e da raggiungere una posizione di equilibrio.

La legge di indifferenza del prezzo
In una situazione di mercato come quella descritta il prezzo è unico. È vero che tutte le imprese nel loro complesso contribuiscono a costituire l'offerta totale, ma l'offerta di ciascuna impresa è irrilevante ai fini della formazione del prezzo di mercato. Si verifica, in tal modo, la cosiddetta legge di indifferenza del prezzo (enunciata da JEVONS) che afferma: nello stesso mercato lo stesso bene ha lo stesso prezzo.

A)I presupposti della concorrenza perfetta

I presupposti che devono ricorrere per aversi un mercato di concorrenza perfetta sono i seguenti:


a) molteplicità di imprese offerenti e di consumatori;


b) dimensione delle imprese a livello medio piccolo e sostanzialmente simili; se ci fossero anche grandi imprese non si può parlare di concorrenza perfetta, in quanto le imprese maggiori potrebbero influire sull'andamento delle contrattazioni e sul comportamento delle imprese minori;


c) libertà di ingresso di nuove imprese nel mercato, sia per l'assenza di ostacoli legislativi, sia di ostacoli economici;


d) trasparenza del mercato, e cioè possibilità per tutti gli operatori di conoscere l'andamento dei contratti e la formazione dei prezzi;


e) omogeneità del prodotto.

Si tratta di requisiti numerosi che per il loro stesso rigore si verificano di rado nella realtà, per cui la concorrenza perfetta, come l'indagine economica ha chiarito, è riscontrabile in pochi mercati, come quello dei prodotti agricoli e di pochi prodotti manufatti tra i più semplici. E anche in questi casi si sono riscontrate deviazioni dalle regole della concorrenza pura. Certi mercati soddisfano alcuni dei requisiti suddetti: la borsa valori, ad esempio, soddisfa in generale i presupposti di informazione, omogeneità dei titoli trattati (azioni e obbligazioni), formazione del prezzo (quotazione) mediante il gioco della domanda e dell'offerta. Però l'entrata nel mercato è limitata ai titoli ammessi e quotati. Quando non ricorrono le predette circostanze o anche una sola di esse (ad esempio, può essere sufficiente una leggera differenziazione del prodotto) pur esistendo nel mercato un numero notevole di imprese simili, la situazione è diversa. Se l'imprenditore può modificare, entro certi limiti, il prezzo di vendita vuol dire che opera in un mercato di concorrenza imperfetta.

B) L'equilibrio dell'impresa in regime di concorrenza


Il comportamento dell'impresa, in un mercato di concorrenza perfetta, può essere esaminato in relazione a tre aspetti principali:


a) Convenienza ad entrare nel mercato. Cominciamo col dire che l'impresa reputa conveniente entrare nel mercato e iniziare la sua attività produttiva quando il prezzo di vendita del bene sia superiore o almeno uguale al costo medio unitario. È evidente che se ciò non fosse l'impresa produrrebbe in perdita e cioè con costi superiori ai ricavi. Ma una volta entrata nel mercato si pone per l'impresa il problema della quantità da produrre e cioè del limite fino al quale estendere la sua attività. Occorre precisare che in concorrenza perfetta ogni singola impresa, qualora decida di variare la sua offerta, non è in grado di modificare nella sostanza l'offerta totale di tutte le imprese e quindi di influenzare il prezzo di mercato. Per essa quindi il prezzo di mercato è un valore dato, al quale può vendere l'intera quantità prodotta.

b) Massimizzazione del profitto e volume della produzione; poiché l'obiettivo dell'impresa è sicuramente quello di massimizzare il profitto, bisogna prendere in considerazione il costo marginale quando questo, secondo le curve dei costi, diviene superiore al costo medio minimo. Per l'impresa conviene estendere allora la produzione fino al punto in cui il costo marginale è uguale al prezzo di vendita.

c) Infatti fino a quando il prezzo è superiore al costo marginale vuol dire che per ogni unità di prodotto esiste un guadagno via via decrescente che va ad aggiungersi al guadagno complessivo. È evidente che l'impresa non ha invece convenienza a produrre un'unità in più quando il costo marginale è superiore al prezzo.

C) Condizione per la permanenza nel mercato. Si è soliti affermare che in concorrenza il profitto tende ad essere quello minimo. Nella realtà vi sono delle differenze sensibili, nei costi e nei profitti, da impresa a impresa. Ciò dipende dall'efficienza di ogni singola impresa e dalle condizioni più o meno favorevoli nelle quali opera. L'efficienza dipende dalle capacità dell'imprenditore, dalla produttività dei lavoratori, dalla modernità degli impianti, dalle condizioni con cui è ottenuto il credito. Le cosiddette <<economie esterne>> dell'impresa riguardano la sua localizzazione, le spese di trasporto, le infrastrutture collettive (stazioni ferroviarie, porti, negozi di vendita, ecc.). Perciò se la concorrenza è vivace viene stimolata l'efficienza e la competitività dell'impresa. La riduzione dei costi e l'aumento della produzione, sempre al fine di massimizzare il profitto, si manifestano nel mercato con un aumento dell'offerta che a parità di altre condizioni spinge il prezzo al ribasso.

Questo comporta che le imprese marginali vengono a produrre in perdita, per cui sono destinate ad uscire dal mercato o al fallimento. Condizione per la permanenza è infatti che il prezzo non scenda al di sotto del costo medio minimo.

Critiche e superamentodel modello teorico della concorrenza pura


I vantaggi e lo stesso teorico della concorrenza pura sono stati oggetto di una profonda revisione critica, iniziatasi intorno agli anni Trenta (quando con la grande crisi economica fu scossa la profonda fiducia nel meccanismo di vengono a produrre in perdita, per cui sono destinate ad uscire dal mercato o al fallimento. Condizione per la permanenza è infatti che il prezzo non scenda al di sotto del costo medio minimo mercato) e proseguita nei decenni successivi con la sistemazione teorica delle altre forme di mercato.Le critiche principali sono le seguenti

:a) La concorrenza pura è poco realistica. E' stato l'economista italiano Piero SRAFFA, con un articolo pubblicato nel 1926 in Inghilterra e poi tradotto in italiano, a richiamare l'attenzione degli economisti sul fatto che, pur ammettendo l'ipotesi che le condizioni tecniche e le condizioni della domanda rimangano immutate, la concorrenza perfetta non può essere considerata come rappresentativa della realtà. L'immagine di un mercato omogeneo notava Sraffa viene sostituita nelle situazioni concrete da quella di un mercato particolare a ciascuna azienda. La forza dell'abitudine, la conoscenza personale, la fiducia nella qualità del prodotto, la vicinanza, la conoscenza di particolari bisogni, la possibilità di ottenere credito, il disegno di un prodotto, ecc., sono altrettante ragioni, per Sraffa, che determinano lo spezzettamento del mercato generale di una merce. Una ditta che voglia uscire dal proprio mercato per invadere quello dei concorrenti deve superare certe barriere da cui ciascuna azienda è circondata.

b) La sovranità del consumatore è illusoria.
È stata pure sottoposta ad una critica severa la pretesa sovranità del consumatore. Nella realtà, se si lascia tutto alla determinazione automatica del mercato, succede che si producono quei beni di consumo, voluttuari e talvolta dannosi, come le sigarette, mentre resta sacrificata la produzione di beni socialmente utili (case, scuole, ospedali, biblioteche, ecc.). Inoltre, i consumatori finiscono per essere condizionati dalla moda, dalla pubblicità, da motivi irrazionali. Sono le stesse imprese, che dopo aver investito somme ingenti nella produzione di un nuovo prodotto, devono ricorrere ad ogni sorta di pressione per indurre i consumatori ad acquistare il prodotto. Si creano così bisogni artificiali.

c) Distorsioni e ingiustizie nella distribuzione della ricchezza.
Il meccanismo della concorrenza soddisfa i consumatori in base al loro reddito, non in base ai loro bisogni. Il Problema di fondo si sposta sulla distribuzione della ricchezza e si avanzano seri dubbi se può considerarsi conforme ad un criterio di giustizia sociale il fatto che il guadagno dipenda dalla gara, dalla capacità negli affari o dal contributo dato al processo produttivo. Per attenuare le disuguaglianze sociali ed assicurare a tutti la « parità delle posizioni di partenza » le regole di mercato devono essere opportunamente corrette ed integrate dall'intervento dello Stato con misure redistributive (prelievi fiscali, servizi pubblici accessibili, pensioni di invalidità e sociali, ecc.).

d) Crisi economiche e disoccupazione.
La tesi che il mercato concorrenziale porti al più razionale impiego delle risorse é dei fattori produttivi è stata, infine, criticata e demolita sul piano dottrinario da KEYNES, che nella sua opera ha dimostrato che un sistema economico, lasciato libero di funzionare secondo il meccanismo di mercato, non tende necessariamente al pieno impiego. Il sistema può raggiungere una posizione di equilibrio, ma può darsi benissimo che si tratti di un equilibrio di sottoccupazione.



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