Sotto l'influenza dell'opera pionieristica di SRAFFA, alla quale si è già accennato, gli economisti hanno soffermato la loro attenzione su quelle forme di mercato esistenti nella realtà e non riconducibili né allo schema della concorrenza né a quello del monopolio. La sistemazione teorica di queste configurazioni del mercato si deve all'inglese Joan ROBINSON e all'americano E. CHAMBERLIN, con due opere apparse quasi contemporaneamente nel 1933.
Occorre fare preliminarmente una precisazione, che non è soltanto di ordine terminologico. Si tratta di vedere se la denominazione di « concorrenza imperfetta », adoperata dalla Robinson, o quella di « concorrenza monopolistica », coniata da Chamberlin si riferiscono a situazioni di mercato uguali o diverse. Nella letteratura economica si fa talvolta distinzione. Secondo alcuni autori, il termine concorrenza imperfetta indica tutte le situazioni di mercato intermedie fra la concorrenza e il monopolio. Altri identificano la concorrenza imperfetta con la concorrenza monopolistica. Ma, come è stato giustamente rilevato, « ai fini dell'analisi questi due tipi di concorrenza vengono generalmente assimilati ».
Si definisce di concorrenza imperfetta un mercato caratterizzato dalla presenza di un gran numero di imprese di non grandi dimensioni, ciascuna delle quali tende a costituirsi, a conservare e potenziare la sua particolare sfera di influenza, dove esercita il suo potere di mercato. Ciò avviene essenzialmente in presenza delle seguenti situazioni:
a) Per la frammentazione del mercato (come nel caso dei negozi al dettaglio). Ad ogni singola azienda è come « attaccata » una certa fascia di acquirenti, i quali nel preferire una determinata azienda tengono conto di molte altre cose oltre il prezzo. Come esempio di tali ragioni la Robinson indica: l'ubicazione del venditore, i costi di trasporto, la garanzia di qualità fornita da un nome conosciuto, le diverse facilitazioni offerte dal produttore, la bontà dei servizi di vendita, la pubblicità, ecc. Come si vede, tutte queste circostanze fanno venir meno le ipotesi della concorrenza perfetta e il principio che i consumatori reagiscano tutti nello stesso modo alle differenze di prezzo praticate dai venditori.
b) Per la differenziazione del prodotto (come nel caso dei marchi di fabbrica per effetto della pubblicità). Ciò si verifica quando ogni singola impresa produce un prodotto simile, ma non identico, a quello delle altre imprese operanti nello stesso settore. Il fatto che i prodotti non sono omogenei, cioè esattamente uguali, fa venir meno un presupposto fondamentale della concorrenza, per cui la singola impresa può praticare un prezzo diverso rispetto a quello delle altre imprese senza pericolo di una riduzione delle vendite. La pubblicità svolge un ruolo importante nell'orientare la domanda. In entrambe le situazioni che abbiamo descritto ogni singola impresa ha la possibilità di variare il prezzo essendo « monopolista » di certi requisiti. Comunque, in linea di fatto, tale variazione potrà avvenire entro certi limiti per evitare che i consumatori dirigano altrove la loro domanda; oppure che le imprese concorrenti facciano altrettanto, nel caso di una riduzione del prezzo. Mercati di concorrenza imperfetta o monopolistica si possono incontrare sia nell'industria, sia nel commercio. La condizione essenziale è che nessuna delle imprese operanti sul mercato raggiunga dimensioni tali da dominare le altre, perché allora si dovrebbe parlare di quasi-monopolio, e che le imprese stesse siano molte e piccole, perché se fossero poche e grandi si avrebbe un regime di mercato diverso, quello di oligopolio.
Sempre nel campo del commercio al minuto, l'avvento in questi ultimi anni di imprese di grandi dimensioni (grandi magazzini, supermarket ecc.) ha alterato in parte la condizione delle « molte e piccole », sebbene queste siano ancora prevalenti. Ma è stato calcolato che in seguito all'apertura di un nuovo grande magazzino, un certo numero di negozi al dettaglio, ovviamente i meno efficienti, sono costretti a chiudere.