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Investimenti -> Il conflitto fra capitale e lavoro

Il problema storico del conflitto fra capitale e lavoro viene indicato tradizionalmente come « questione sociale ». Si ricollega alle profonde modificazioni intervenute nel tessuto economico e sociale con la rivoluzione industriale e con l'affermazione del capitalismo, che si ispirò nella sua concezione dell'attività economica all'ideologia liberista del « laissez-faire ». In effetti, la libertà di iniziativa economica, unita al controllo del capitale, dettero un impulso notevole al processo di industrializzazione, che fu reso possibile mediante l'impiego di una massa crescente di operai nelle fabbriche.

In antitesi all'individualismo e alla visione sostanzialmente ottimistica dell'industrializzazione dei maggiori economisti classici, altri autori denunciarono nel corso del XIX secolo le reali condizioni nelle quali si svolgeva l'attività produttiva. La prima fase dell'industrialismo, oltre a consentire un marcato sviluppo della produzione e della ricchezza, sollevava gravi problemi di ordine sociale. I salari degli operai erano in genere molto bassi; la giornata lavorativa si aggirava sulle 12-14 ore; la disciplina all'interno delle fabbriche era rigorosa; le donne e i fanciulli lavoravano come gli adulti ed erano spesso adibiti a lavori pesanti e nocivi per la salute. La concorrenza, specialmente nelle industrie tessili e minerarie, teneva i prezzi bassi e quindi gli imprenditori cercavano di comprimere il costo della manodopera.

Con l'urbanesimo le città avevano cambiato volto, ma le case dei ricchi borghesi (industriali, banchieri, capitalisti) erano circondate dagli « slums » (baracche) in cui vivevano in condizioni misere le famiglie degli operai.

Il pensiero dei socialisti: I socialisti di fronte alle condizioni disumane dei lavoratori e all'ineguale distribuzione della ricchezza propugnarono una dottrina sociale dell'economia fondata sull'uguaglianza di tutti gli uomini. Secondo i socialisti, la ragione principale di tanta ingiustizia consisteva nella proprietà privata dei mezzi di produzione, nella sete di guadagno e nell'egoismo dei capitalisti, ai quali il potere economico conferiva anche potere politico.

Il socialista anarchico PROUDHON (1809-1865) rispose al titolo del suo libro « Che cos'è la proprietà? » con l'aspra frase « la proprietà è un furto! ». Nei loro scritti i cosiddetti socialisti « utopistici » sostennero la necessità di riformare radicalmente le fondamenta dell'ordine economico, ma non curarono adeguatamente l'analisi della società esistente. Tra essi si possono ricordare il francese SAINT-SIMON (1760-1825) che criticò l'aristocrazia, convinto che la ricchezza dovesse essere distribuita secondo l'abilità e l'ingegno, Charles FoURIER (1772-1837) che descrisse il futuro della società come organizzata in « falangi » composte da mille o duemila persone, che avrebbero formato delle comunità autosufficienti e l'industriale cotoniero inglese Robert OWEN (1771-1858) il quale, avendo accumulato una fortuna, trasformò la sua fabbrica in un modello: le ore lavorative furono ridotte, le condizioni di lavoro migliorate, furono costruite case confortevoli per gli operai.

Marx e l'ideologia della lotta di classe. Ma il più importante critico dell'economia capitalistica fu indubbiamente Karl MARX, il quale elaborò nelle sue opere monumentali una profonda dottrina economica e sociale da lui stesso definita « socialismo scientifico ».

Nella prefazione del libro La critica dell'economia politica, Marx spiegò i motivi che lo avevano indotto a studiare la struttura economica della società capitalistica. I due elementi che costituiscono la base ideologica della sua analisi economica sono il materialismo storico e la teoria delle classi e della lotta di classe. I rapporti sociali di produzione, secondo Marx, costituiscono la struttura economica della società su cui è costruita una sovrastruttura di istituzioni politiche e giuridiche, di ideologie e di abiti mentali che riflettono in ultima analisi l'esistente struttura economica. Come dice Roll, l'economia politica è per Marx lo studio dell'anatomia della società, cioè dei rapporti sociali di produzione. Il movimento della storia, fondato sui cambiamenti della struttura economica, è dialettico. La storia umana può essere divisa in quattro epoche caratterizzate secondo il modo di produzione: la patriarcale, l'epoca della schiavitù, la feudale e la capitalistica. Per Marx il capitalismo è uno stadio del processo evolutivo che partendo dall'economia agricola primitiva muove verso l'inevitabile eliminazione della proprietà privata e della struttura di classe. La struttura di classe di un paese capitalistico riflette la separazione tra i proprietari di capitale e i non proprietari.

Il movimento operaio si propose in un primo momento di ottenere concessioni dai datori di lavoro, in ordine alla durata della giornata lavorativa, all'ammontare del salario, nonché in ordine alla facoltà di riunirsi in associazioni di lavoratori (sindacati). In un secondo momento, soprattutto per l'influsso esercitato dalla dottrina marxista, illustrata nel « Manifesto del Partito Comunista », pubblicato da MARx ed ENGELS nel 1848, la classe operaia si propose metodi ed obiettivi rivoluzionari allo scopo di abbattere l'ordinamento capitalistico esistente (fonte di tutti i mali della società) e di sostituirlo con un nuovo ordinamento politico ed economico.

E rimasto famoso l'appello alla mobilitazione del movimento operaio scritto proprio da Marx ed Engels: « Proletari di tutto il mondo, unitevi! Non avrete altro da perdere che le catene della vostra schiavitù ».

Il movimento sindacale. Il diritto dei lavoratori di associarsi in sindacati fu riconosciuto legalmente per la prima volta in Inghilterra nel 1824, dopo di che si è affermato in tutti i paesi industrializzati.

Inghilterra e negli altri paesi di tradizione anglosassone il movimento sindacale limitò la sua azione essenzialmente alla rappresentanza degli interessi economici dei lavoratori nei rapporti con i datori di lavoro. La rappresentanza degli interessi politici fu invece delegata al partito politico dei lavoratori come il Partito Laburista in Inghilterra.

Lo sviluppo del movimento sindacale rese possibile tutta una serie di conquiste da parte della classe operaia: la fissazione dei livelli salariali minimi, la regolamentazione legislativa della durata massima della giornata lavorativa secondo il principio « otto ore per lavorare, otto per vivere, otto per riposare », il riconoscimento del riposo festivo, il miglioramento e la tutela delle condizioni di lavoro, e così via.

Come vedremo più avanti, in Italia e in altri paesi i sindacati hanno inoltre allargato il loro campo di azione a tutti gli aspetti della vita economica e sociale in modo da incidere con una politica di riforme (casa, trasporti, sanità, Mezzogiorno ecc.) sull'intero sistema economico.

La concezione cattolica. A questi indirizzi fondati sulla lotta di classe, la dottrina sociale cristiana contrappone un orientamento fondato sulla collaborazione fra le classi sociali per l'ordinato sviluppo dell'intera società umana e della persona stessa (personalismo cristiano).

Nel 1891 l'enciclica « Rerum Novarum », emanata da LEONE XIII, diede le direttive ai cattolici di tutto il mondo in materia economica e sociale. Essa costituisce tuttora la base della dottrina sociale cristiana in tutti i suoi aspetti: rapporti fra datori di lavoro e lavoratori, salari, proprietà privata, condanna della lotta di classe.

L'adesione della Chiesa al movimento operaio si ebbe con la formazione dei primi sindacati cristiani e con l'emanazione dell'Enciclica « Quadragesimo anno » da parte di Pio XI nel 1931.


In tempi recenti la Chiesa cattolica ha ribadito il suo insegnamento in materia con le encicliche « Mater et Magistra » di GIOVANNI XXIII nel 1961, « Populorum Progressio » di PAOLO VI nel 1967 e infine « Laborem Exercens » di GIOVANNI PAOLO II nel 1981.<br><br>In quest'ultima grande enciclica sociale Papa Wojtyla ha posto come problema centrale il senso del lavoro umano: il lavoro è per l'uomo e non l'uomo per il lavoro, per cui non si giustifica che l'operaio sia trattato al pari di tutto il complesso dei mezzi di produzione. Per la Chiesa vale il principio della priorità del lavoro nei confronti del capitale, ma allo stesso tempo bisogna respingere l'appropriazione politica che le due opposte ideologie del liberalismo e del marxismo fanno del conflitto fra capitale e lavoro nel tentativo di trasformarlo nella lotta programmata di classe.

Per quanto riguarda l'importanza dei sindacati, l'enciclica ribadisce che tutti devono avere la facoltà di associarsi per difendere i loro diritti di lavoratori, ma il limite da non valicare è quello di fare politica, altrimenti i sindacati assumono il carattere di partiti politici che lottano per il potere. Anche lo sciopero è legittimo alle debite condizioni e nei giusti limiti. Il problema chiave è quello di una giusta remunerazione che la Chiesa identifica in un giusto salario familiare, cioè un salario unico dato al capo famiglia e sufficiente per il bisogno degli altri componenti.

Sulla proprietà, la Chiesa diverge radicalmente dal programma del collettivismo, ma nello stesso tempo si differenzia dal programma del capitalismo: l'uno e l'altro hanno lasciato persistere ingiustizie flagranti e ne hanno creato di nuove.

Riforme e correttivi dell'ordinamento capitalistico. Di grande importanza sono le riforme introdotte nell'ordinamento capitalistico al fine di migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e allo scopo di attuare i principi della giustizia sociale, pur mantenendo in vigore la struttura capitalistica dell'economia.

Oltre alla presenza e all'importante ruolo assunto dal movimento sindacale (di cui parleremo più diffusamente nel paragrafo 6) i principali correttivi introdotti via via nei paesi ad economia capitalistica sono i seguenti:

a) Contratti collettivi di lavoro. Sono accordi stipulati fra i sindacati di una determinata categoria e le organizzazioni dei datori di lavoro. Hanno per oggetto il trattamento minimo salariale, altri benefici economici, durata della giornata lavorativa, cottimi ecc. Il contratto collettivo reso obbligatorio dalla legge diviene la base per la stipulazione dei contratti aziendali.

b) Assicurazioni sociali. Hanno per oggetto gli infortuni, l'invalidità, la vecchiaia, la disoccupazione ecc., vale a dire tutti quei rischi cui va incontro il lavoratore. Hanno carattere obbligatorio, nel senso che le imprese e i datori di lavoro non possono sottrarsi dall'obbligo di versare i relativi contributi per ogni lavoratore dipendente.

c) Consigli di fabbrica. Sono costituiti dai rappresentanti sindacali dei lavoratori all'interno di ciascuna azienda e hanno il compito sia di tutelare gli interessi dei lavoratori sia di manifestare l'orientamento e le proposte dei lavoratori in merito alla vita aziendale e alla gestione dell'impresa.

d) Partecipazione agli utili. È una forma di coinvolgimento del lavoratore nella gestione dell'impresa, in modo da incrementare il salario in base al risultato economico conseguito. C'è da osservare però che questo istituto ha incontrato qualche difficoltà nell'essere accolto dalle organizzazioni sindacali, le quali temono di veder ridimensionata la loro funzione di guida della classe operaia.

e) Cogestione.È una forma di partecipazione e di consultazione dei lavoratori nella gestione dell'impresa. Ne è un esempio il sistema di relazioni industriali attuato in Germania negli anni '70 in tutte le aziende con oltre 2 mila dipendenti.

La direzione mantiene le sue prerogative nella gestione dell'impresa. Tuttavia alcune scelte riguardanti il lavoro dei dipendenti (cottimo, ferie, mansioni, ambiente di lavoro, licenziamenti, assunzioni) devono essere concordate con i rappresentanti dei lavoratori. Questi sono presenti in numero paritetico ai rappresentanti degli azionisti nel consiglio di vigilanza, l'organo che controlla le decisioni della direzione dell'azienda. Un membro eletto dai lavoratori è anche inserito nella direzione medesima.



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