Il profitto è il reddito che remunera l'imprenditore per la complessa attività che a lui compete di organizzare i fattori della produzione, vale a dire per l'opera che esplica nel processo produttivo.
Nella concezione tradizionale degli economisti neo-classici il profitto è considerato come il prezzo del fattore « capacità imprenditoriale ». E come tutti i prezzi dipende dalla domanda di iniziativa economica da parte della società e dall'offerta da parte dei soggetti imprenditori.
Il profitto normale è dato dal reddito minimo che induce l'imprenditore a svolgere la sua attività. È considerato un reddito complesso in quanto risulta costituito dai seguenti tre elementi:
a) la retribuzione per il lavoro svolto dall'imprenditore;
b) l'interesse per il capitale proprio dell'imprenditore investito nell'impresa;
c) il premio per il rischio che l'imprenditore assume nel gestire l'impresa.
a) Si tratta del rischio economico (e quindi non assicurabile) inerente all'incertezza che si abbia un profitto normale.
Secondo PAPI, « la sorgente del profitto – come reddito ordinario dell'imprenditore – sta nell'espletamento, durante il processo produttivo, della triplice sua funzione di:
a) invenzione del campo di investimento;
b) direzione organizzativa dei fattori produttivi;
c) speculazione, rivolta a prevedere l'andamento del prezzo del prodotto, a modificare l'attività della propria azienda per adattarla alla situazione di mercato.
In questa impostazione si considera il profitto in senso proprio o extraprofitto, che è quello superiore al profitto normale come reddito dipendente dal dinamismo dell'attività produttiva.
In ordine alla distinzione fra profitto normale e extraprofitto, va precisato che il profitto normale rientra nel costo di produzione; l'extraprofitto costituisce un sovrappiù e risulta dalla differenza fra ricavo e costo di produzione.
Sulla natura e sulla formazione del profitto sono state formulate diverse teorie che è opportuno passare brevemente in rassegna.
Teoria delle imperfezioni del mercato di concorrenza
Si deve notare che in un mercato concorrenziale l'extraprofitto è realizzato dalle imprese che producono ad un costo unitario medio inferiore al prezzo di vendita del prodotto.
Questo guadagno ha carattere di reddito differenziale (MARSHALL l'ha chiamato infatti « quasi-rendita »), ma se ne distingue perché non dipende da cause permanenti di scarsità (come avviene ad esempio per le terre più fertili), ma da fatti contingenti costituiti da squilibri di periodo breve fra domanda e offerta o barriere all'entrata di un'impresa nel mercato.
Pertanto, l'extraprofitto in un sistema in cui opera la concorrenza perfetta tende a scomparire, perché lavoro e capitale possono affluire in assoluta mobilità nelle produzioni più convenienti.
Il fatto che in molti casi si determinano extraprofitti, vuol dire che nel mercato non sono realizzate tutte le condizioni di libera concorrenza.
Teoria del rischio e dell'innovazione
I contributi più rilevanti nell'elaborazione di una teoria più aderente alla realtà si devono principalmente a KNIGHT e SCHUMPETER.
Il primo, nella sua opera intitolata « Rischio incertezza e profitto » del 1921, dopo aver delineato una chiara distinzione fra rischio assicurabile e incertezza non assicurabile, fa dipendere da quest'ultima l'origine del profitto. L'imprenditore infatti deve prevedere la domanda dei consumatori e i prezzi di vendita futuri ed effettuare in anticipo il pagamento del costo di produzione.
La validità delle sue previsioni si riflette sul profitto che ne consegue. Ne deriva che il profitto è collegato all'incertezza, all'abilità dell'imprenditore e alla rapidità delle sue decisioni.
Schumpeter individua la funzione tipica dell'imprenditore nella capacità di introdurre innovazioni nel campo produttivo in modo da assumere, sia pure nel breve periodo, una posizione quasi monopolistica che gli assicura il profitto. Secondo questo autore, « senza evoluzione non c'è profitto e senza profitto non c'è evoluzione ».
Teoria dello sfruttamento capitalistico
Secondo la dottrina marxista, il profitto (denominato da Marx « plus-valore ») risulta dalla differenza – sempre positiva nell'ordinamento capitalistico – fra il valore creato dal lavoro (corrispondente al prezzo delle merci) e il valore consumato (corrispondente al salario pagato agli operai).
In sostanza il profitto è lavoro non pagato e deriva dallo sfruttamento capitalistico, reso possibile dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dal meccanismo di mercato.
Il profitto, inerente al funzionamento del sistema capitalistico, è destinato a scomparire con l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione nella società senza classi instaurata dal socialismo.
Il profitto nell'economia dinamica
Come l'analisi economica moderna ha chiarito, nella realtà l'attività produttiva si svolge in un sistema dinamico, vale a dire in una società in cui la cosiddetta « allocazione delle risorse » e la tecnologia variano con il decorso del tempo.
Iniziativa economica privata, organizzazione e profitto si possono comprendere adeguatamente soltanto in una visione dinamica dell'economia, nella quale la determinazione di tutti gli elementi dell'impresa e le innovazioni dipendono dalle capacità imprenditoriali e dalle leggi di mercato. Da questo punto di vista, l'extraprofitto costituisce un indicatore economico importante nel senso che riflette la scarsità relativa di risorse in un determinato ramo o settore produttivo. Per questo costituisce un incentivo che, in assenza di distorsioni o di barriere all'entrata, porta all'espansione di una specifica attività e quindi ad una migliore allocazione delle risorse.
Il profitto e le grandi società per azioni
Fin qui abbiamo parlato di imprenditore e di profitto con riferimento alle imprese individuali. Nella realtà l'attribuzione del profitto è legata alla struttura giuridica che l'impresa assume. Attualmente le imprese di grandi dimensioni sono organizzate sotto forma di società per azioni, nelle quali la proprietà del capitale appartiene a un notevole numero di soci.
Alcuni autori americani (MEANS, BERLE, GALBRAITH) hanno analizzato il fenomeno della separazione tra proprietà e controllo dell'impresa, mettendo in evidenza che in effetti nelle grandi società per azioni la disponibilità del profitto è nelle mani dei detentori del cosiddetto « capitale di comando » (che non è detto debba coincidere con la maggioranza del capitale, bastando spesso una percentuale dell'ordine del 20-30% per assumere i poteri e la qualifica di soggetto economico dell'impresa).
Sono le persone o il gruppo finanziario che detiene il capitale di comando sia a decidere la nomina del consiglio di amministrazione e dei dirigenti sia a imporre le scelte relative all'attribuzione e all'impiego del profitto.
in passato si riteneva che l'imprenditore tendesse a realizzare il massimo profitto. Secondo le teorie più recenti, la grande impresa non punta necessariamente a massimizzare il profitto, ma la sua strategia è di espandere il fatturato, pianificando lo stesso profitto nel tempo in modo da soddisfare gli azionisti con la distribuzione dei dividendi, ma soprattutto in modo da autofinanziare la propria espansione.