Edmund Burke definì il Settecento « l'era dell'economista » ; tale definizione è ugualmente appropriata per il nostro tempo. Gli scritti degli economisti sono stati determinanti per le principali teorie filosofico-sociali degli ultimi duecento anni. Nei grandi dibattiti ideologici dell'età moderna hanno avuto una parte importante le idee fondamentali di economisti come Adam Smith, Karl Marx e John Maynard Keynes, le cui figure giganteggiano sia per i progressi scientifici conseguiti sia per i concetti filosofico-sociali che essi hanno posto alla base delle loro teorie economiche. Di ciò si rendeva conto perfettamente lo stesso Keynes che, polemizzando contro certi concetti che riteneva sbagliati e perniciosi, scriveva:
« Le idee degli economisti e dei filosofi politici, siano giuste o sbagliate, hanno una ben maggiore influenza di quel che generalmente si crede. In effetti, poche altre cose contano altrettanto nella guida del mondo. Gli uomini pratici, che pensano d'esser completamente liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono di solito schiavi di alcuni economisti defunti ».
Gli economisti sono diventati i grandi esperti di un mondo basato sul danaro, sulla ricchezza e sull'aspirazione ai beni materiali.
A somiglianzà dei dotti del Medioevo, essi definiscono per un mondo secolare i rapporti tra uomo e uomo, uomo e natura, uomo e società. Le loro teorie, non di rado altamente complesse, vengono volgarizzate in un linguaggio compreso da milioni di uomini e tradotte in schemi politici adottati dai popoli.
Pur provenendo solitamente dagli ambienti delle università, in anni recenti alcuni illustri economisti hanno occupato il posto di capo dello Stato, di primo ministro, o di cancelliere, in Inghilterra, Francia, Germania e Italia, e di segretario generale dell'ONU. Sarebbe difficile citare un'altra disciplina che abbia esercitato un'influenza altrettanto grande sul mondo moderno.