Forex, il renminbi nel paniere internazionale: cosa cambia?

Pubblicato da: Luca M. - il: 14-12-2015 22:09 Aggiornato il: 14-12-2015 22:10

Il Fondo Monetario Internazionale, con un’apertura attesa da tempo, e auspicata da molti (Cina in primis), ha accettato che il renminbi, la valuta del Paese asiatico, possa entrare nel nuovo paniere delle valute utilizzate per il calcolo dei diritti speciali di prelievo. Un’ammissione che è avvenuta a margine di una serie di interventi che la Cina ha compiuto per poter ottenere l’agognato via libera da parte della comunità internazionale, e che può dunque creare una molla di intervento per la futura gestione della politica monetaria. Ma cosa cambia, ora, con l’inserimento della moneta nel paniere internazionale?

A woman walks past a yuan (L) and a US dollar (R) currency sign in Hong Kong on August 13, 2015.   China cut the reference rate for its currency for the third straight day on August 13, authorities said, after their surprise devaluation of the yuan this week unsettled global financial markets. AFP PHOTO / Philippe Lopez

A woman walks past a yuan (L) and a US dollar (R) currency sign in Hong Kong on August 13, 2015. China cut the reference rate for its currency for the third straight day on August 13, authorities said, after their surprise devaluation of the yuan this week unsettled global financial markets. AFP PHOTO / Philippe Lopez

A ben vedere, per il momento cambia ben poco, o forse nulla, valutato che l’inserimento del renminbi non basterà a dare una spinta reale all’internazionalizzazione della valuta e del sistema cinese nell’immediato. La maggior parte dei problemi, per la Cina, provengono infatti dai suoi confini, e non dai territori esterni: gli ostacoli interni nella gestione delle regole dei mercati finanziari stanno infatti ponendo in luce le criticità della politica monetaria e finanziaria cinese, che difficilmente potranno essere aiutate e supportate da quanto avvenuto da parte del Fondo.

Ad ogni modo, qualcosa nel prossimo futuro potrebbe realmente cambiare, soprattutto se si creerà un clima di fiducia tra la comunità internazionale e il governo del Paese: al momento, in tal senso, la strada da fare sembra essere notevole, e da Europa, Stati Uniti e oltre, numerosi sono i dubbi arrivati circa la capacità delle autorità cinese di attribuirsi e rispettare delle regole comuni di gioco.

Qualche giorno fa, ad esempio, Il Sole 24 Ore sottolineava quanto possa essere ampia la divergenza di intenti e di valutazioni intorno al renminbi. Che se attualmente è la quarta moneta più intermediata al mondo conferita da SWIFT, è altresì moneta protagonista del solo 2,5% di tutti i pagamenti mondiali. Non solo: dei pagamenti in tal valuta, il 70% è nella sola area di Hong Kong, il 7% a Singapore, mentre Londra vanta il 6%. A conferma del fatto che ben poco è destinato a cambiare nell’immediato, anche l’evidenza che se la divisa cinese toccasse il 10% del paniere (in realtà sfiorerà l’11%) questa quota si tradurrebbe in appena 28 miliardi di dollari in maggiori riserve, che sono effettivamente poca cosa contro i 20 miliardi di dollari di transazioni giornaliere realizzate sul mercato onshore.

I dubbi – quelli di cui sopra, per esigenze di sintesi, rappresentano solamente una parte, e non certo quella preponderante – potranno iniziare probabilmente a svanire quando la divisa cinese sarà convertibile. Un obiettivo non prossimo, e che per il momento è stato accompagnato da una serie di aperture, come ad esempio la realizzazione di una zona di libero scambio con i Paesi Aesan, utilizzando il renminbi nei movimenti che viaggiano in doppio senso. Qualche movimento strategico si realizza intanto anche in Europa. Gli hub posti dalla Cina si sono moltiplicati: dopo Londra, Francoforte, e dopo Francoforte Parigi, ferma restando la presenza Svizzera, e il ruolo chiave del Lussemburgo.

Ad ogni modo, tornando a quanto accaduto in seno al Fmi (che già nel 2010 aveva respinto identica richiesta di ingresso nel paniere da parte della valuta cinese), la decisione è orientata – con effetto dal 1 ottobre 2016 – a consentire di utilizzare liberamente il renminbi come elemento nel paniere delle valute, a determinazione dei c.d. “SDR” (Special Drawning Rights, o diritti speciali di prelievo), con dollaro, euro, yen e sterlina.

In tal proposito, ricordiamo come i diritti speciali di prelievo siano uno strumento di riserva internazionale, e valuta di riferimento del FMI, il cui valore è la media ponderata dei valori del paniere di valute, a loro volta stabilito sulla base dei cambi quotati, ogni giorno, a mezzogiorno, sul mercato di Londra. Dunque, i diritti speciali di prelievo non sono una vera e propria moneta, ma una voce contabile che a suo tempo aveva rimpiazzato l’oro nelle transazioni internazionali.

Ogni cinque anni, il Consiglio Direttivo del FMI verifica se confermare o modificare la composizione. Cinque anni fa la richiesta del renminbi fu respinta, ma a quanto pare il 2015 ha rappresentato l’anno “giusto”, con la Cina che in questo quinquennio ha compiuto opportunamente i suoi “compiti a casa”. Su cosa abbia fatto scaturire tale scelta, molto si può dire. Secondo i più critici, la motivazione fondamentale è di natura strategico-politica: una motivazione che in questo frangente può effettivamente avere avuto un ruolo di predominanza, visto e considerato che è molto noto che il FMI intende mantenere buoni rapporti con la Cina nonostante il mancato riconoscimento del peso del Paese nelle quote del Fondo. Nonostante qualche tensione, la Cina è la seconda economia mondiale, e difficilmente si può, oggi, fare a meno di tale posizionamento in seno al Fondo.

Dunque, se la chiave di lettura di cui sopra può essere considerata come valida, è possibile che l’ingresso del renminbi tra le valute di riserva del Fondo possa essere inteso come un tangibile segnale di apertura nei confronti di Pechino, un primo passo verso una maggiore fiducia reciproca. Una lettura probabilmente supportata anche dal fatto che, da un punto di vista pragmatico, l’inserimento del renminbi tra le valute di riserva non avrà per il momento alcun effetto. Diverso è invece il discorso di medio termine, visto e considerato che le banche centrali e le istituzioni finanziarie inizieranno ad alimentare i flussi di valuta per poter alimentare le proprie riserve.

Ad ogni modo, il renminbi diventerà la terza moneta all’interno del paniere FMI, con un peso poco oltre il 10%: per far spazio al renminbi ogni valuta cederà un pezzo della sua importanza, con lo yen che passerà dal 9,4% all’8,33%, la sterlina dall’11,3% all’8,09% e, soprattutto, l’euro dal 37,4% al 30,93%. Meno sacrificato il dollaro, il cui peso passa dal 41,9% al 41,73%.

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Luca M.

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