Commercio internazionale

commercio internazionale

Il commercio internazionale riguarda quella parte dei rapporti economici con l’estero che si riferisce allo scambio di merci tra paesi; esso comprende cioè rapporti di esportazione (vendita di merci nazionali all’estero), di importazione (acquisto di merci all’estero), di transito (passaggio delle merci attraverso un paese). Tutte queste transazioni hanno la loro origine e la loro giustificazione nel fenomeno della divisione internazionale del lavoro.

È noto, infatti, come accanto ad una divisione naturale del lavoro, riguardante le differenti attitudini dei singoli, e ad una divisione tecnica del lavoro, che rappresenta una tappa del processo di evoluzione delle tecniche produttive, possa anche parlarsi di una divisione internazionale del lavoro, che in parte dipende da elementi naturali, in parte dalla scelta dell’uomo. Non tutti i paesi, infatti, si presentano dotati delle stesse risorse e nelle medesime proporzioni: alcuni possiedono ricchezze minerarie, altri uno sviluppo costiero che favorisce la navigazione, altri ancora terre particolarmente fertili ed atte a certi specializzati tipi di coltura.

Il clima, l’indole degli abitanti, lo sviluppo storico ed economico hanno poi influito variamente sulla produzione di ciascun paese: alcuni, col lavoro di secoli, hanno visto aumentare il loro patrimonio industriale, altri il patrimonio agricolo. Ciascun paese ha pertanto le proprie tradizioni in fatto di produzione.

Questi elementi, che individuano un paese sotto l’aspetto produttivo, postulano la necessità di uno scambio tra i vari paesi e la convenienza della specializzazione di ciascuno di essi nel settore prescelto, tenuto conto, naturalmente, delle condizioni ambientali. Sorge perciò un mercato internazionale, che ha caratteristiche in parte diverse dal mercato nazionale: si suole infatti affermare che il primo è un mercato che si svolge tra gruppi economici non concorrenti. Sappiamo infatti che nel mercato all’interno di un paese vi è grande mobilità di fattori produttivi: le risorse naturali vengono utilizzate a vantaggio di tutta la produzione, i lavoratori emigrano da regione a regione con una certa facilità (basti pensare alla mano d’opera meridionale occupata nella FIAT) ed anche i capitali trovano facilitazioni a distribuirsi per tutto il territorio del paese a seconda delle esigenze produttive delle varie zone di esso (vedi agevolazioni alle imprese operanti nell’Italia meridionale, le azioni al portatore permesse per i capitali investiti nella Sicilia e nella Sardegna, ecc.).

Tutto ciò porta, almeno sul piano teorico, ad una eguaglianza delle utilità marginali comparate dei vari fattori produttivi; ma nel commercio internazionale, come abbiamo accennato nel capitolo precedente, lo spostamento di persone, di cose, di capitali, avviene attraverso un certo numero di remore e di attriti: si è parlato, a questo proposito, della « vischiosità » del mercato del lavoro internazionale, delle difficoltà insite nel trasferimento all’estero di capitali, degli indirizzi di politica economica che non sempre agevolano i movimenti internazionali delle merci. Orbene, tutti questi ostacoli fanno si che nel mercato internazionale manchi quella mobilità dei fattori produttivi che caratterizza il mercato interno. Perciò, accade che i capitali ricevano saggi remunerativi differenti da un paese all’altro, che le stesse categorie di lavoratori percepiscano differenti saggi di salario, che differenti siano i costi delle stesse merci.

Bisogna aggiungere però che il progresso dei mezzi di trasporto e di comunicazione, il perfezionamento degli strumenti di credito, le varie forme pubblicitarie attenuano molto tali differenze e che, inoltre, si sta lavorando per costituire mercato internazionali in cui persone, merci, capitali abbiano un alto grado di trasferibilità.

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