Critica alla teoria dei costi comparati

costi comparatiTuttavia, la teoria dei costi comparati non va indenne da critiche. Essa si basa infatti su principi che — dai tempi del Ricardo — sono in parte mutati.

Il primo principio riguarda la mobilità dei fattori produttivi all’interno di un paese e la intrasferibilità degli stessi nel mercato estero. A questo proposito, è già stato detto come tale intrasferibilità si sia — ai nostri giorni — grandemente attenuata, per le migliorate reti di comunicazione, per il progresso tecnico, per le forme di assistenza all’emigrazione, ecc. Tutto questo comporta una attenuazione dei vantaggi che secondo la teoria dei costi comparati i due paesi potrebbero a raggiungere attraverso lo scambio.

Inoltre, il Ricardo esprime la sua teoria in termini di costi e non di prezzi. E tali costi riguardano essenzialmente i costi di produzione: non è escluso perciò che i costi di trasporto, di assicurazione e in genere ogni altra spesa sostenuta per far giungere la merce dal paese di origine al paese importatore siano in grado di ridurre sensibilmente il vantaggio che — dallo scambio — i due paesi si ripromettevano. E poi, non è detto che i due paesi considerati siano disposti a ricevere reciprocamente la quantità di merce che ciascuno sarebbe disposto a scambiare.

Nell’esempio abiti-vino è anche possibile che il Paese A sia saturo di panni prima di quanto non lo sia di vino il Paese B. Perciò, mentre il Paese B, per ottenere vino, sarebbe disposto ad inviare ancora abiti, il Paese A, ormai saturo, non è più disposto a riceverne.

Se poi il divario tra i costi comparati in un paese non è tanto rilevante (ad es., per il Paese B, tra 90 e 80), non vi è convenienza ad abbandonare un tipo di produzione per puntare sull’altro: infatti, potrebbe anche avvenire che la produzione di abiti sia in fase di costi decrescenti e quella di vino, al contrario, in fase di costi crescenti. Se si abbandona la produzione di abiti per quella del vino, si arriva al punto in cui il costo di quest’ultimo salirà, poniamo, a 85 e cioè allo stesso livello a cui sarebbe sceso il costo degli abiti.

Inoltre, non bisogna dimenticare che, quando si abbandona un tipo di produzione, vi saranno impianti non più utilizzati i cui costi di ammortamento dovranno per forza di cose essere assunti dalla produzione prescelta, che dovrà in tal modo aumentare i propri costi.

Per non parlare anche del fatto che l’applicazione rigorosa della teoria dei costi comparati nuocerebbe senz’altro a quei paesi non ancora sviluppati industrialmente i quali stanno iniziando un processo di industrializzazione: essi infatti finirebbero fatalmente per essere legati alla loro condizione di paesi essenzialmente agricoli.

Da ultimo, bisogna anche tenere presenti i movimenti monetari: infatti, la teoria del Ricardo presuppone uno scambio internazionale sul tipo del baratto; ma se interviene la moneta, bisogna tenere conto che ogni variazione del suo valore altera il rapporto tra i costi e determina variazioni negli scambi.

È per questo che, senza nulla togliere al principio ricardiano sul piano scientifico, bisogna concludere dicendo che è compito degli Stati favorire in linea di massima il libero svolgimento del commercio internazionale; tenendo presenti le condizioni di ciascun paese, sarà opportuno tuttavia adottare di volta in volta le misure più idonee, intervenendo a disciplinare gli scambi con l’estero.

Ciò avviene infatti poiché gli Stati, adottando le varie misure di politica economica, osservano anche attentamente la bilancia dei pagamenti ed il corso dei cambi.

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