Esempi di intervento dello Stato in alcuni paesi del Terzo Mondo

intervento dello Stato in alcuni paesi del Terzo MondoDato l’interesse che il problema riveste da anni per gli studiosi e gli statisti, sarà opportuno anche un cenno, a titolo esemplificativo, su alcune delle più interessanti esperienze di politica economica di alcuni paesi del Terzo Mondo.

Il « Terzo Mondo » comprende la maggior parte dei paesi dell’America latina, dell’Africa, dell’Asia. Si tratta di nazioni che solo apparentemente presentano problemi analoghi: in realtà, la posizione geografica, la densità di popolazione, la storia, la religione, la cultura, le strutture economiche, politiche e sociali presentano una grande varietà di problemi.

Elementi comuni a tutti questi paesi sono quello di avere subito a lungo la dominazione coloniale, di essersi trovati in situazione di povertà in mezzo all’opulenza del XX secolo, e di voler procedere sulla strada dello sviluppo economico.

Di fronte a tale situazione, alcuni paesi hanno dato una risposta in senso collettivistico, altri hanno cercato di orientarsi verso scelte economiche di tipo « misto ».

Nell’America latina, particolarmente interessanti sono le esperienze di Cuba. A problemi pressoché analoghi a quelli di altri paesi latino-americani, Cuba ha dato una soluzione completamente diversa; ma tale esperienza è di particolare importanza perché si presenta diversa anche se comparata a quelle dei paesi socialisti dell’Est europeo.

Il modello dell’economia cubana si fonda su due principi:

a) la superiorità degli stimoli ideologici sugli incentivi materiali;
b) un grande accentramento nelle mani dello Stato, con la eliminazione di ogni relazione di carattere « mercantile » tra lo Stato e le esse imprese socializzate.

Le più importanti riforme attuate riguardano la riduzione obbligatoria del costo degli alloggi, la nazionalizzazione dell’insegnamento (completamente gratuito in ogni grado) accompagnata dalla campagna per l’alfabetizzazione e, soprattutto, la riforma agraria, iniziata da Ernesto Che Guevara, Ministro dell’Agricoltura. La proprietà terriera, espropriata, non è stata frazionata per mantenerne inalterate le dimensioni aziendali e permetterne un più razionale sfruttamento; in tal modo, il 65To della terra appartiene allo Stato (« Granlas del pueblo »)

In Africa, il modello economico piú interessante è forse fornito dalla Tanzania (unione reale tra Tanganika e Zanzibar, 11 milioni di abitanti su un territorio tre volte l’Italia; reddito annuo pro-capite pari a circa 50.000 lire italiane, vita media intorno ai 35 anni), paese prevalentemente agricolo. Ha in corso infatti una riforma iniziata con la Dichiarazione di Arusha (29 gennaio 1967) del presidente Nyerere, ispirata ai principi di un socialismo non fondato sui canoni marxisti. La scuola è gratuita a tutti i livelli; le banche e tutte le industrie del paese sono state nazionalizzate, secondo un piano di esproprio e con indennizzi concordati tra lo Stato e i privati. Le risorse naturali del paese appartengono alla comunità, e cioè alle cooperative di lavoratori, a cui spetta pure il controllo dei principali mezzi di produzione. Elemento caratteristico della riforma è quello di fare leva più sull’agricoltura che sull’industria; la Tanzania dovrà quindi intrattenere buone relazioni commerciali con gli altri paesi dell’Africa per potersi rifornire di quei prodotti che non sono ottenuti nel paese.

Sempre in Africa, e con problemi pressoché analoghi, la Costa d’Avorio si è orientata verso soluzioni del tipo liberistico tradizionale.

In Asia, i problemi sollevati dalla povertà, dall’arretratezza, dalla sovrappopolazione sono stati affrontati dall’India con metodi contrastanti rispetto a quelli adottati dalla Repubblica popolare cinese. L’India (più di 400 milioni di abitanti su una superficie 10 volte circa quella dell’Italia; incremento annuo della popolazione al tasso corrente del 2,5%; economia prevalentemente agricola, povera di capitali e tecnologicamente primitiva) contava, nel 1966, un reddito medio annuo pro-capite paria 81 dollari. Ma il problema dell’India non è solo un problema economico: si tratta di ricostruire un nuovo ordine sociale in un paese in cui le caste, la molteplicità delle lingue e le antiche tradizioni religiose costituiscono serie remore ad un ben ordinato progresso. Secondo le linee dei piani elaborati dal governo, « il criterio di base non deve essere il profitto privato, ma il vantaggio sociale, e il sistema di sviluppo e la struttura delle relazioni socio-economiche devono essere pianificati in modo che essi risultino non solo in sostanziali aumenti del reddito nazionale e dell’occupazione, ma anche in una maggiore uguaglianza di redditi e di ricchezza ». Tuttavia, nonostante tali affermazioni di principio, l’economia indiana ha conservato un settore molto vasto all’iniziativa privata.

Le industrie sono state divise in tre gruppi: industrie il cui sviluppo sarà di esclusiva responsabilità dello Stato (industrie-chiavi) ; industrie che diventeranno in seguito di proprietà dello Stato; industrie lasciate all’iniziativa privata. Tale divisione ha però ancora carattere programmatico.

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