Il pensiero economico dall’antichita classica al rinascimento

Il pensiero economico dell antichita classica al rinascimentoI principi economici, come del resto accade per ogni scienza, derivano dalla elaborazione e dalla ricerca condotta nei secoli da studiosi delle varie tendenze.

Si è soliti distinguere, nello svolgimento del pensiero economico, due grandi periodi: il primo, cosiddetto frammentario, il secondo, cosiddetto sistematico.

Si intende per frammentario il periodo nel quale gli autori non hanno, per varie ragioni, un quadro completo del mondo dell’economia politica e si limitano, pertanto, a dare alcuni precetti pratici su qualche argomento economico; si intende per sistematico il periodo in cui la scienza economica è considerata come un sistema complesso che deve essere studiato sotto ogni possibile angolazione.

Nell’antichità classica, la scienza economica non è giunta a dignità di sistema perché, per quanto riguarda la Grecia antica, le città-stato che la costituivano erano sostanzialmente dominate da un’aristocrazia che ricavava i suoi mezzi di sostentamento dalla proprietà agricola; l’industria era essenzialmente basata sulla schiavitù, il commercio scarso ed esclusivamente marittimo. Le opere economiche più pregevoli affrontano, quindi, essenzialmente i problemi dell’organizzazione dello Stato (soprattutto sotto il profilo militare) e dell’agricoltura, giudicando trascurabili e disprezzabili le attività industriali ed artigiane. Nemmeno il pensiero economico romano, tardo e di imitazione di quello greco, è giunto a dignità di sistema, per ragioni analoghe a quelle sopra esaminate. Esso, infatti, fu opera di politici intellettuali (basti ricordare Catone e Cicerone) che avevano scarso interesse per il mondo del commercio e dell’industria.

Il Medio-Evo è essenzialmente l’epoca – nell’Europa Occidentale – dell’economia del feudo e delle città-stato: le teorie economiche che prosperano in tale contesto sono dettate dalla visione cristiana della vita quale è espressa dall’autorità della Chiesa.

Due sono essenzialmente i problemi trattati, in quell’epoca, dagli studiosi di economia: il primo riguarda il concetto di giusto prezzo che, per gli autori di quel periodo, deve tenere conto anche della condizione economica delle parti contraenti; il secondo problema riguarda il concetto di usura.

I Canonisti (cioè gli specialisti nel diritto della Chiesa o canonico), partendo dalla interpretazione di un passo di S. Luca, consideravano condannabile ogni prestito ad interesse, qualunque fosse la sua entità. Il divieto di prestare ad interesse aveva come base la teoria della infecondità della moneta (la moneta non produce moneta) e la condanna dello strozzinaggio, cioè del prestito fatto al povero che abbisognava di denaro per sopravvivere e doveva poi corrispondere al mutuante forti interessi.

I precetti morali e giuridici dei Canonisti del Medio-Evo, contenuti nei testi di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, furono rispettati e seguiti sino a quando il complesso sistema medievale non fu superato dai fatti; a poco a poco, anche le teorie canonistiche si adeguarono alla realtà economica del prestito fatto dal capitalista all’imperatore che voleva investire denaro nella sua attività economica.

Sarà durante il Rinascimento che Spagna, Inghilterra e Olanda daranno inizio all’espansione coloniale e i grandi stati europei si consolideranno costituendosi come realtà nazionali. Tutto questo sarà alla base del superamento delle strutture feudali e dello sviluppo delle attività commerciali e industriali.

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