Il plusvalore

plusvalore

Anche nella società capitalistica, nel processo produttivo si costituisce non solo tutto il valore consumato nella produzione, ma qualche cosa in più, un eccedente, un plusvalore. Questo plusvalore ha origine appunto da questa qualità del lavoro umano, di produrre una quantità superiore a quella che serve ad integrare la quantità spesa. Se noi pensiamo che la merce forza lavoro sia acquistata giustamente al suo costo, al suo valore, vediamo che esso ricostituisce il suo valore e crea un eccedente: il plusvalore.

Se noi, invece che in termini monetari, misuriamo questo fatto in termini di tempi di lavoro, noi possiamo dividere il tempo di lavoro venduto dal lavoratore ed acquistato dal capitalista in due quantità: una prima quantità necessaria per ricostituire il costo della merce lavoro che sarà chiamata tempo di lavoro necessario per ricostituire la forza lavoro spesa.

L’ altra quantità tempo di lavoro supplementare in cui si crea appunto un di più, in termini capitalistici il plusvalore. Questa è la nuova forma sotto cui si presenta nella società capitalistica — basata sulla dissociazione del lavoratore dai mezzi di produzione, sul mercato, sul valore — il principio fondamentale che il lavoro e solo il lavoro crea ricchezza e ne crea in quantità superiore a quella che serve per mantenere in vita se stesso. Il pluslavoro ossia lavoro in più del tempo strettamente necessario era noto cioè anche nel passato della società umana, e sotto forma di pluslavoro schiavistico serviva a mantenere in vita la classe dominante dell’antichità, i filosofi e i poeti, i letterati e l’apparato amministrativo; nel medio evo sotto la forma del pluslavoro dei servi della gleba e del quarto stato serviva a mantenere i signori e le castellane, i guerrieri e i santi, i Medici e i Peruzzi, gli artisti e i poeti.

Oggi nella società moderna, dominata dal libero mercato, questo pluslavoro si presenta sotto la nuova forma di plusvalore e serve a mantenere in vita la classe dominante di oggi, gli scrittori, i poeti, e i governanti. E come nelle società del passato era la classe dominante che disponeva di questo pluslavoro e lo distribuiva tra i vari usi sociali, così oggi è la classe dominante, quella che detiene i mezzi di produzione, che si appropria del plusvalore e lo distribuisce tra le varie categorie capitalistiche e tra i vari altri usi sociali. Ciò perché è il capitalista che può acquistare la merce lavoro nel mercato e farla lavorare per sé e appropriarsi di tutto il prodotto.

In quanto è stato detto vi è una semplice constatazione di fatto in cui tutti debbono convenire: nessun giudizio morale. E’ chiaro infatti che senza pluslavoro del lavoro schiavistico noi non avremmo avuto l’arte e la filosofia greca. Chiara nel medio evo avrebbe, potuto parlare ai Papi, come oggi senza il plusvalore creato nella produzione non avrebbero potuto Verdi e Mascagni attendere alla loro arte e la società progredire e raggiungere le grandi recenti conquiste scientifiche.

L’esistenza di un prodotto supplementare è cioè un fatto positivo. Il giudizio sociale e politico ha per oggetto l’uso che si fa di tale prodotto supplementare per fare in modo che questo lavoro in più sia adoperato socialmente, per il maggior sviluppo della produzione, in modo che tutte le risorse produttive siano impiegate per il maggior benessere materiale e morale dell’umanità e non a vantaggio di un ristretto gruppo dominante, perché mantenga il suo dominio.

Sotto questo aspetto scientifico la parola che voi trovate spesso nella letteratura socialista: sfruttamento del lavoro, saggio di sfruttamento non vuole avere nessun significato di condanna morale, ma di semplice constatazione con significato economico così come si usa la parola sfruttamento di un campo, di una energia. La constatazione cioè che basta una sola parte del prodotto del lavoro per rimunerare il suo costo di produzione. Guai se non fosse così: l’umanità sarebbe ancora allo stadio selvaggio.

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