La Rivoluzione industriale

Rivoluzione industrialeIn generale si designa col termine, universalmente adottato, di rivoluzione industriale quel processo di rapida trasformazione degli impianti e della organizzazione tecnica ed economica delle industrie, che si accompagna, come inevitabile conseguenza, all’invenzione e all’impiego delle macchine, e che si compie in Inghilterra, fra il 1780 e il 1830, con anticipo di un mezzo secolo sulla maggior parte dei paesi del continente.

Ma se è verissimo che l’impiego delle macchine accelera il trionfo della grande impresa, noi, corrisponde in tutto alla realtà storica l’affermare un rapporto di successione necessaria fra il primo e il secondo dei due fenomeni.

In primo luogo non è facile determinare che cosa veramente si intende quando si parla di impiego di macchine nell’industria, come di un fatto del tutto nuovo, che si manifesterebbe per la prima volta in Inghilterra alla fine del Settecento.

Se infatti si intende parlare di macchine nel senso più ampio della parola, non si ha dubbio che esse hanno avuto larghissimo impiego non solo nell’antichità classica, ma anche nei secoli del Rinascimento. Si è ritenuto vero di superare questa obiezione osservando che le macchine delle età passate servivano soltanto ad aumentare la potenzialità del lavoro umano ed erano sempre messe in moto dalla mano dell’uomo e sono mosse dalla forza idraulica o dal vapore.

Ma in realtà l’utilizzazione della forza d’acqua a scopi industriali è anch’essa antichissima, e se ne citano numerosi esempi non solo per l’industria molitoria o per le segherie di legname, ma anche per l’industria della follatura dei panni, per i filatori di seta, per l’industria della carta, per le miniere ed altre; e per alcuni di questi esempi vari scrittori del tempo (specialmente italiani, francesi, fiamminghi, tedeschi dei secoli XV-XVI) attestano che la macchina, da essi descritta, mossa dalla forza idraulica, eseguiva il lavoro di parecchie decine di uomini.

La novità dunque non consiste nell’impiego della macchina, ma nelle proporzioni assunte da questo impiego, specialmente in quei rami della produzione che finora erano stati riservati al lavoro del maestro, e soprattutto — ed è appunto in questo, oltre che nell’ampiezza del suo mercato, il grandissimo vantaggio iniziale della Gran Bretagna — nell’impiego del vapore come forza motrice.

In realtà l’elemento fondamentale della rivoluzione industriale — almeno nel suo inizio — non è costituito dall’impiego delle macchine, ma dal sorgere, dall’affermarsi della grande industria, di un’industria cioè che miri ad una produzione di massa piuttosto che di qualità, che non faccia perciò assegnamento sull’abilità tecnica di lavoratori specializzati, i quali si trasmettono di padre in figlio il segreto di un’arte, ma sul lavoro uniforme e metodico di un numeroso gruppo di operai, guidati e diretti da un imprenditore, che disponga di un capitale, e se ne serva per aumentare la potenzialità produttiva della sua impresa e indirizzarla razionalmente a soddisfare le variabili richieste del mercato.

Le origini della grande industria moderna non si devono cercare dunque soltanto in una trasformazione della tecnica, ma in un fatto economico: nel fatto appunto di un imprenditore che si assuma i rischi e i profitti della produzione, ponendo i diretti produttori alle proprie dipendenze, e facendoli lavorare per proprio conto a compenso prestabilito. Perciò le origini della grande industria, nella sostanza se non nella forma, si possono far risalire a quei mercanti o lanaiuoli, o « drapiers », italiani, fiamminghi, inglesi, che fino dal secolo XIV si trovano in testa alla produzione dei panni, la quale conserva formalmente l’organizzazione dell’artigianato, ma in cui i singoli artigiani solo eccezionalmente mantengono la loro indipendenza economica, mentre di regola essi lavorano per conto di un imprenditore, che anticipa una parte almeno delle spese, acquista la parte maggiore se non la totalità della produzione, e la dirige a seconda delle condizioni del mercato.

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