Cina, Russia e India nel 2013: che futuro?

Pubblicato da: MatteoT - il: 14-02-2013 15:00 Aggiornato il: 13-02-2013 11:26

Il 2012 si era chiuso con un rischio “scoppio” della Cina e con le preoccupazioni sul debito sovrano in Europa. Nel mese di gennaio del 2013 queste paure sembrano scampate e tutti si sono buttati a capofitto sui Paesi emergenti, con gli ETPs che hanno attirato un record di 27,1 miliardi di dollari nel quarto trimestre.

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Per questo motivo Kittersley Dodd, capo della ricerca di BlackRock ETP, ha detto alla Cnbc che “I titoli azionari dei mercati emergenti saranno la vera rivelazione del 2013” aggiungendo “Abbiamo visto più di 13 miliardi di dollari di flusso con 7 miliardi indirizzati direttamente al mercato monetario”.

Gli investitori si sono chiaramente espressi a favore della Cina, Jim O’Neill, ad esempio da ribadito che “La Cina sta lentamente adattandosi a un’economia meno dipendente dalle esportazioni o agli investimenti pubblici. Cosa che ha spinto la Cina a un +35 per cento dei suoi indici azionari negli ultimi tre mesi. Non per niente il Celeste Impero, da solo, l’anno scorso pur trovandosi in difficoltà ha attirato oltre 20 miliardi di dollari e più di 4 miliardi nel mese di gennaio”.

Nouriel Roubini, invece, non sembra dello stesso parere: “India, Russia e Cina, si stanno muovendo verso il capitalismo di Stato, cosa che in realtà sta per rallentare la crescita potenziale”. Un ulteriore punto a loro svantaggio è il seguente: sono state troppo sotto i riflettori per poter dare origine ad una crescita equilibrata. I nuovi protagonisti saranno Filippine ed Indonesia.

Jim McCaughan di Principal Financial ha detto alla Cnbc questa settimana che non avrebbe senso investire in un fondo ampio dedicato generalmente ai mercati emergenti. “Bisogna essere selettivi”, ha detto, ma a differenza di Roubini, preferisce la Cina, il Brasile e la Colombia.

Nel frattempo, però, non può fare a meno di notare una particolarità: negli Usa le allocazioni sugli emergenti sono stranamente basse in rapporto all’importanza che in futuro rivestiranno queste economie. “E il 20 per cento, 30 per cento, 40 per cento dei titoli azionari nei mercati emergenti non è troppo strano, data la probabile crescita e in particolare la crescita della classe media con il conseguente potere economico che saprà attirare e gestire”.

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