USA verso piena occupazione, ma per rialzare i tassi non basta

Pubblicato da: Luca M. - il: 20-04-2016 9:42

Gli Stati Uniti hanno oramai raggiunto la soglia della piena occupazione (o disoccupazione fisiologica, se preferite): nel corso del mese di marzo, infatti, l’economia americana ha prodotto 215mila nuovi posti di lavoro, dando il chiaro segnale che gli USA, nonostante le evidenti turbolenze dei mercati emergenti, continuano a suonare la carica della ripresa.

usa

Dal dettaglio del report sull’occupazione emerge che i settori trainanti sono stati il commercio al dettaglio, le costruzioni e i servizi sanitari, mentre i posti sono diminuiti nel settore estrattivo (shale gas) e manifatturiero. Ad ogni modo, emerge altresì che il numero di posti di lavoro creati è risultato inferiore alla media del 2015, quando i nuovi salariati erano stati 228mila posti di lavoro al mese, meno dei 260mila al mese del 2014. Non c’è comunque misura di preoccupazione: considerando che la quasi piena occupazione è raggiunta, è normale che il saldo derivante dal margine dei nuovi occupati vada gradualmente a diminuire.

Per quanto concerne il tasso di disoccupazione, la proporzione è salita al 5% (dal 4,9%), ma il dato viene comunque interpretato come il segnale di un incremento degli americani che cercano attivamente un lavoro. In altre parole ancora, considerate migliorate le condizioni economiche e il clima di fiducia, molti americani che non ritenevano più  possibile o conveniente cercare un lavoro, poichè ritenevano impossibile trovarne uno, sono nuovamente tornati ad alimentare il mercato. Un mercato in cui, come noto, la Federal Reserve considera come tollerabile un valore di lungo termine non superiore al 5,5 per cento, ben mezzo punto in più rispetto al livello attuale.

Per utilizzare le più autorevoli parole di Harm Bandholz, economista di UniCredit, l’aumento della disoccupazione significa che “le persone frustrate stanno tornando al mercato del lavoro, le loro prospettive occupazionali sono migliorate. Questo punto di vista è supportato dal fatto che il numero di lavoratori scoraggiati (coloro che vogliono lavorare, ma non sono attivamente alla ricerca in quanto ritengono che nessun lavoro sia disponibile) è sceso a 585mila nel mese di marzo, giù dai 738mila di un anno prima. In altre parole: mentre il tasso ufficiale di disoccupazione è sceso fino a marzo, la “sacca” nascosta nel mercato del lavoro è diminuita ulteriormente”.

Ad arricchire ulteriormente un quadro che, comunque, è già di persè confortante, c’è anche il fatto che le cifre dei mesi precedenti sui nuovi salariati sono state ritoccate solo di misura dai report “definitivi” che seguono quelli provvisori: in gennaio e febbraio sono infatti stati creati complessivamente 1.000 posti di lavoro in meno di quanto inizialmente stimato, per un gap irrisorio che non può naturalmente variare le buone valutazioni a suo tempo prodotto. Nel maggior grado di dettaglio, i posti di gennaio sono stati ritoccati al ribasso da 172mila a 168mila, quelli di febbraio in rialzo da 242mila a 245mila. Negli ultimi tre mesi, dunque sono stati creati in media 209mila posti al mese.

Guardando ai singoli settori, nel manifatturiero sono stati tagliati 29mila posti di lavoro, dopo i 18 mila ridotti a febbraio, mentre nel comparto minerario, che include anche le aziende del settore del petrolio e del gas naturale, sono andati in fumo 12mila posti, dopo  17mila persi a febbraio. Aumentano invece di 48mila i lavoratori del settore retail, di 37mila quelli delle costruzioni e di 37mila quelli della sanità. A cercare attivamente lavoro a marzo erano ancora 7,9 milioni di persone, contro i 7,8 milioni del mese precedente e gli 8,5 milioni di marzo 2015. Includendo anche gli americani che si accontentano di un lavoro parttime e gli scoraggiati il tasso di disoccupazione si è  attestato al 9,8%, in leggero aumento dal 9,7% del mese precedente.

Ad essere positivo è anche il dato sugli stipendi medi, in aumento dello 0,28% a 25,43 dollari all’ora. Su base annuale sono saliti del 2,3%, sopra il range tra 1,9 e 2,2% segnato dal 2012 in poi e oltre la media del 2% degli ultimi sei anni. La durata della settimana media di lavoro è infine rimasta ferma a 34,4 ore mentre la partecipazione alla forza lavoro, già in rialzo nei quattro mesi precedenti, è salita ulteriormente dal 62,9 al 63%, ma resta vicina al minimo da ottobre 1977 (pari a 62,4%, record negativo uguagliato lo scorso settembre) e molto al di sotto del 66% di prima della recessione, ricordava il quotidiano Il Sole 24 Ore.

Rammentiamo come il dato sul lavoro sia tenuto sotto strettissimo monitoraggio dalla Federal Reserve, che almeno sul fronte interno ha due fronti di maggiore attenzione: l’andamento dell’occupazione, e quello dell’inflazione. Tuttavia, nonostante almeno uno dei due fronti abbia raggiunto livelli di pieno soddisfacimento, è evidente come le scelte di politica monetaria della Fed stiano risentendo in misura non irrilevante di quanto accade al di fuori dei confini territoriali di riferimento, con le criticità internazionali (finanziarie, e non solo) che preoccupano – e non poco – il FOMC.

E così la Fed, che a dicembre ha alzato il costo del denaro per la prima volta dal 2006, facendolo risalire dai minimi storici a cui si trovava da dicembre 2008, è diventata più prudente con il passare delle settimane. E per decidere come procedere vuole ora vedere dati solidi. Tanto che a inizio mese il presidente Janet Yellen ha ribadito in modo chiaro il proprio impegno alla cautela, anticipando aumenti graduali e legati all’andamento dell’economia interna ed esterna. E in tal senso è ora chiaro che dopo il nulla di fatto di gennaio e marzo i tassi di interesse non saliranno neppure ad aprile e, forse, lo faranno solo nel mese di giugno, periodo ricchissimo di cambiamenti geopolitici e finanziari. Secondo alcuni analisti, però, le cose potrebbero andare ancora peggio, senza alcuna novità ne lcorso del 2016, contro i quattro aumenti dei tassi stimati nel corso dell’anno.

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Luca M.

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