Banche a rischio Bail in: quali conseguenze dell’aumento di capitale?

Pubblicato da: TommasoP - il: 27-12-2016 14:38

Purtroppo non sempre quando si sente parlare di aumento di capitale, si intende la strategia migliore per salvare le banche. Spesso, sentiamo parlare di aumento di capitale come l’ultima spiaggia, ovvero una strategia a cui si ricorre quando le cose si mettono male. Ecco perché l’aumento di capitale è spesso l’unica via percorribile.

Purtroppo, l’aumento di capitale non è a costo zero e molto spesso, questo si ripercuote sugli investitori. Mediamo di capirci qualcosa in più.

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Aumento di capitale: caso Unicredit

Negli ultimi anni, ma sopratutto negli ultimi mesi, non abbiamo assistito ad altro se non ad un aumento del capitale delle banche europee. Queste hanno letteralmente  polarizzato l’attenzione degli investitori.

Se consideriamo il caso specifico, in Italia, si è assistito ad una imponente operazione sul capitale ora con MPS e prima con Unicredit, il quale scopo era quello di raccogliere nuove risorse per ben 7,5 miliardi di euro.

Come molti di noi ricorderanno, l’annuncio di questa operazione fece tremare non poco le borse e sopratutto gli investitori che avevano puntato sul colosso internazionale. In quel caso, il prezzo crollò vertiginosamente. Correva l’anno 2012.

Oggi, per nostra fortuna, possiamo dire che il colpo è stato attutito, con il mercato che ha saputo ben rispondere alle esigenze di allora, anche se molti ancora oggi, si chiedono se quella strategia era, prima cosa di tutto indispensabile, e secondo, se il management di Unicredit ha fatto la cosa giusta.

Unicredit e monte dei Paschi: aumento di capitale sì, ma perché?

Lo abbiamo prima visto con Unicredit ed oggi con MPS. La domanda che in tanti si pongono è perché le banche hanno bisogno di fare questi aumenti di capitale giganteschi? Non esiste una risposta unica, ma vi sono diverse risposte che di seguito analizzeremo.

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La prima tra tutte riguarda l’autorità di vigilanza la quale raccomanda alle banche un maggiori patrimonio al fine di essere più sicure ed evitare in un futuro prossimo che i governi debbano ancora spendere i soldi dei contribuenti per salvarsi.

In secondo luogo, l’aumento della crisi ha prodotto un aumento delle perdite su crediti. Ovvero si è assistito al fatto compiuto che tanti clienti non sono più riusciti a pagare la rata del mutuo. In questo caso, la banca ha un credito che diventa difficilmente esigibile da parte del soggetto che ha contratto il mutuo e deve far fronte con altri capitali. deve per forza di cose costituire delle riserve di capitale.

Successivamente ai primi 2 elementi vi è anche l’EBA (European Banking Authority) la quale autorità ha analizzato le banche europee rilevando che, per raggiungere un adeguato livello di capitale, molte di esse devono per forza aumentare il loro capitale.

In sostanza, tutte le banche che possiedono un livello di di capitale minimo devono aumentarlo al fine di essere sicure e queste sono sopratutto le banche dei paesi periferici.

Purtroppo non possiamo neanche ignorare il fatto che le banche europee sono ormai colme di titoli di Stato di Paesi periferici, ovvero titoli dei cosiddetti PIIGS i quali hanno per altro perso valore.

Molte regole sono cambiate e queste oggi richiedono a fronte di perdite del valore di titoli presenti nei propri portafogli, la possibilità di non essere dichiarate e di costituire delle riserve patrimoniali al fine di far fronte alla copertura delle perdite stesse.

Qual’è il problema delle perdite?

Infine l’ultimo problema a cui sono legate le banche è la perdita. In questo caso si parla di piccoli investimenti, se non nulli in BTP. Se si guarda al passato, è possibile notare come le tesorerie bancarie sono state sempre ghiotte di titoli di Stato italiano, perchè costituivano fino a poco tempo fa un eccellente investimento per tutti coloro che avevano voglia di depositare liquidità.

Succede spesso però che le riserve di titoli di Stato cominciano a perdere valore erodendo il capitale. In questo caso le banche non possono più comprare titoli di Stato, e quindi una buona parte della domanda alle Aste del Tesoro viene meno.

Quindi i prezzi scendono, le banche perdono ancora più capitale e così inizia un circolo vizioso dalla quale non è semplice uscirne.

LTRO per tutti?

Per venire incontro a questo problema, per altro abbastanza gravoso, la BCE è venuta incontro attraverso le operazioni di rifinanziamento a 3 anni, ovvero le cosiddette LTRO (acronimo di Long Term Refinancing Operation). Questo sistema ha permesso alle banche di ottenere una boccata di ossigeno.

Solo nel biennio 2012-2013 le banche europee si sono trovate a fronteggiare una massiccia ondata di scadenze di proprie obbligazioni collocate presso investitori istituzionali e presso la propria clientela. Oggi, è successo che gli investitori istituzionali non ne vogliono sapere di sottoscrivere nuove obbligazioni, sopratutto se sono emesse da  banche dei paesi “PIIGS”. Di conseguenza gli investitori al dettaglio sono rimasti terrorizzati e si tengono i propri soldi fermi sul propri conto corrente. In breve nessuno più vuole investire!

La conseguenza è una sola. Di fronte alle scadenze, le banche non sono più in grado di emettere nuove obbligazioni. Questo lo abbiamo notato già nel 2011, quando una componente fondamentale della raccolta bancaria è di fatto svanita nel nulla.

Se non fosse intervenuta la BCE, avremmo assistito ad una situazione di stallo da parte delle banche, ovvero non avrebbero più concesso nuovi crediti. Questo sarebbe accaduto sopratutto alle banche dei Paesi periferici.

In breve la BCE è sempre intervenuta a sostegno della operazioni di finanziamento alle banche. Questa volta, ancor meglio delle precedenti. Se fino a qualche tempo fa la BCE concedeva prestiti a breve scadenza ovvero dava soldi alle banche per periodi compresi tra 7 e 30 giorni, con la clausola che le banche dessero a garanzia dei titoli di Stato, oggi si è assistito a delle operazioni del tutto inedite.

In pratica le Banche possono emettere titoli propri e richiedere la garanzia dallo Stato. Quest’operazione costa circa l’1,30% all’anno.

In breve in caso di fallimento della Banca come è successo già per Banca Etruria e come sta per succedere per MPS se non si interviene, è lo stato ad accollarsi il debito. In sostanza, ci pensa lo Stato a pagare le obbligazioni. Questo prendere i soldi all’1% dalla BCE per 3 anni e per tutto l’ammontare necessario dando a garanzia i titoli di propria emissione con la garanzia statale.

La banca paga 2,30% i fondi per 3 anni mentre, se questi lo avesse dovuti raccoglierli sul mercato, non sarebbero costati meno del 5% (nel caso di una banca italiana) ed avrebbe potuto raccogliere un ammontare esiguo.

Nel caso specifico l’operazione di fine 2011 ha immesso nel mercato quasi 500 miliardi in 3 anni, di cui solo 115 miliardi in Italia.

Il gioco è molto semplice. Il tesoriere che si vede arrivare sui propri conti svariati miliardi di euro che al costo di 2,30% non cerca mica di depositarli sul conto della BCE dal quale ne ricava solo lo 0,25% ma cercherà di comprare titoli di Stato a breve scadenza, in attesa di prestarli alla clientela.

Questo in breve quello che è successo e che spiega la discesa dei rendimenti sui titoli di stato italiani a breve da fine 2011 ad oggi.

L’aumento di capitale è a titolo gratuito?

Non sempre però l’aumento di capitale è una buona soluzione. Molto spesso sentiamo dire che il peggio è passato e poi invece ci ritroviamo nella stessa situazione. Considerando il caso di Unicredit nel 2011, le oscillazioni di prezzo selvagge a seguito dell’annuncio di capitale non ha prodotto altro che una ritorsione sulle azioni bancarie.

Quest’operazione allora con Unicredit ed oggi con MPS non ha prodotto altro che una sfiducia nei confronti delle banche tanto che i banchieri e gli istituti di credito che avevano in programma di fare aumenti di capitale, stanno rivalutando altre possibili alternative. al fine di migliorare il rapporto tra capitale e dimensione del proprio bilancio. Al momento le ipotesi al vaglio sono:

  • dismettere attivi e/o ricomprare proprio debito;
  • trattenere utili per incrementare le riserve di capitale;
  • erogare meno credito di quello in scadenza;
  • realizzare operazioni societarie per liberare crediti di imposta.

I banchieri stanno spremendo il loro cervello per trovare sistemi funzionali per aumentare il capitale senza dovere mettere le mani nelle tasche degli azionisti. Questo lo possono realizzare sottoponendo gli istituti di credito a delle cure.

Ancora oggi, non ci è dato sapere l’esito della performance. Sicuramente non assisteremo altro che ad un aumento del costo del credito rispetto al precedente periodo di crisi, con ripercussioni anche sul tasso di crescita dell’economia.

Non sempre però tutti i mali vengono per nuocere; infatti abbiamo potuto assistere a una crescita drogata dal credito facile che altro non ha riservato se non delle brutte sorprese. A nostro avviso riteniamo che se la crescita si attesta su livelli più bassi rispetto a quelli precedenti, ma che è confermata nel medio-lungo periodo, potrebbe non essere una cosa totalmente negativa.

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