Conversione bond MPS: ecco cosa possono fare gli obbligazionisti

Pubblicato da: Luca M. - il: 23-12-2016 15:25 Aggiornato il: 23-12-2016 15:27

Sono ore molto importanti per le sorti degli obbligazionisti di Monte dei Paschi di Siena: una platea di circa 40 mila persone che proprio in questi istanti è alle prese con la scelta, più o meno consapevole, di convertire in azioni il bond subordinato con scadenza 2018 (ISIN IT0004352586). Dopo aver ottenuto il via libera dalla Consob, infatti, per poter evitare la sostanziale nazionalizzazione il Mps propone ai propri clienti retail (i piccoli risparmiatori / investitori) di convertire il proprio titolo di debito in un titolo di rischio, partecipando al capitale della banca. Ma con quali finalità? E con che rischi per i clienti?

Cosa spera di ottenere Mps

Da questa operazione di conversione l’istituto di credito spera di ottenere fino a 2 miliardi di euro: un obiettivo ambizioso (anzi, ambiziosissimo, almeno a giudicare dai numeri fionra diramati) che potrebbe essere raggiunto solamente se la stragrande maggioranza degli obbligazioni eserciterà la conversione entro il termine di domani. I 2 miliardi di euro che Mps potrebbe raccogliere con questa procedura andrebbe ad aggiungersi al miliardo di euro già raccolto giorni fa con la conversione dei bond detenuti dagli investitori istituzionali. I restanti 2 miliardi di euro che eviteranno a Mps sorti peggiori dovrebbero invece arrivare dai fondi stranieri, con quello del Qatar in prima fila e, più silenziosi, quelli cinesi.

Cosa fare della propria obbligazione Mps?

A questo punto, tutto è nelle mani dei piccoli risparmiatori, posti dinanzi a un bivio con diverse conseguenze. Cerchiamo di vederle insieme, nella premessa che la situazione di ogni titolare di bond 2018 è probabilmente già in forte penalizzazione, considerando che oggi l’obbligazione, sul mercato secondario, perde quasi la metà del proprio valore di emissione originaria.

Effettuare la conversione in azioni

Cominciamo con l’ipotesi che l’obbligazionista ritenga più conveniente procedere alla conversione del bond in azioni, che è pur sempre subordinata al buon esito dell’aumento di capitale. L’obbligazionista interessato a compiere una simile scelta dovrà recarsi in banca e firmare il documento di offerta: nell’ipotesi in cui il proprio profilo di rischio Mifid non sia congruo con la detenzione di azioni in portafoglio, dovrà effettuare una piccola (ma significativa!) integrazione al proprio questionario, affermando di assumersi il sovra-rischio, e che non vi è stata sollecitazione da parte della banca. Fatto ciò, bisognerà solamente attendere il 31 dicembre, data ultima per l’incremento di capitale.

Se l’aumento di capitale dovesse andare in porto, l’obbligazionista otterrà delle azioni Mps per il controvalore del valore nominale del bond, recuperando dunque un pò di valore di mercato del proprio titolo ma, naturalmente, cambiando radicalmente il proprio profilo (da investitore con titoli di debito, a investitore con titoli legati al capitale di rischio). È inoltre possibile che nelle giornate successive all’aumento di capitale le azioni Mps possano riposizionarsi al ribasso.

Se invece l’aumento di capitale non dovesse andare in porto, l’obbligazionista che ha aderito all’operazione di conversione non vedrà i propri bond convertiti in azioni, ma rimarrà nella figura di obbligazionista. Che cosa accadrà dopo, lo vedremo tra due paragrafi.

Non effettuare la conversione in azioni

Vediamo ora l’ipotesi in cui il detentore delle obbligazioni non scelga di effettuare la conversione in azioni. In questo caso, se l’aumento di capitale non va in porto, nulla cambierà nel suo portafoglio. Nell’ipotesi invece in cui rimanga obbligazionista pur essendo andato in porto l’aumento di capitale, non partecipando al processo di conversione, potrebbe avere qualche beneficio dalla possibile risalita del valore di mercato del proprio titolo.

Niente aumento di capitale: interviene lo Stato

Torniamo ora all’ipotesi di mancato aumento di capitale. Gli scenari che potrebbero aprirsi in tale caso sono diversi, e vedono come attore principale lo Stato, che valuterebbe un intervento con la formula del burdensharing. Con una simile procedura, già seguita a novembre 2015 per le quattro banche salvate, il titolare di bond subordinati potrebbe subire una perdita piuttosto significativa, considerato che la procedura del bailin lo penalizza – rispetto ad altre forme di investitori / risparmiatori – attingendo dal proprio valore per poter ristabilire i requisiti patrimoniali della banca.

A quel punto bisognerà comprendere in che modo lo Stato sceglierà di andare incontro ai titolari dei bond subordinati: il precedente c’è già, ed è rappresentato proprio dalle quattro banche salvate un anno fa, per la quale sono stati stanziati dei rimborsi pari all’80% del valore dell’obbligazione, a patto che il titolare del bond riuscisse a dimostrare di non essere realmente consapevole, al momento della sottoscrizione del contratto, dei reali rischi dell’obbligazione subordinata…

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Luca M.

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