Wall Street e Dow Jones tornano a valori record

Pubblicato da: Luca M. - il: 08-10-2007 4:59 Aggiornato il: 06-04-2016 13:23

Che interpretazione dare dell’ultimo record raggiunto lunedì alla Borsa di New York, dove il Dow Jones ha “risfondato” quota 14mila, che aveva già superato in luglio prima di crollare perdendo oltre mille punti nel corso della grave crisi estiva dei mutui subprime? E’ un mercato di ciechi che non leggono i rapporti trimestrali delle banche, tanto attesi in agosto e che, con la eccezione della Goldman Sachs, da quando stanno uscendo confermano che le esposizioni al business delle obbligazioni-spazzatura ha falcidiato gli utili dei colossi del credito? Dopo Bear Sterns, Morgan Stanley, Lehman Brothers un paio di settimane fa, è ora la volta di Citicorp e UBS, che hanno perso il 60% di utili la prima e annunciato perdite la seconda. Ma nella stessa giornata, Wall Street ha fatto scintille come se il sentimento fosse quello di non perdere il treno della crescita. Eppure, agosto è stato il primo mese che ha visto la forza lavoro scendere, sia pure di sole 4mila unità, dopo 4 anni di espansione che hanno creato 8,2 milioni di posti di lavoro. Sia le misurazioni della fiducia dei consumatori, sia l’indice del sondaggio tra i manager degli acquisti che monitorano la vitalità del business sono calanti da un paio di mesi, anche se non indicano recessione. Ed ecco forse la parola chiave. Recessione sì o recessione no? Chi compra è convinto che, per contrastarla, la FED di Ben Bernanke sarà fare il suo lavoro, cioè taglierà ancora se necessario. Di recessione aveva parlato Alan Greenspan fin da inizio anno, ma per dire che pensava ci fossero solo il 30% di una sua possibilità. Qualche giorno fa l’ex governatore, sempre molto ascoltato, ha alzato la percentuale ma si è fermato a sotto il 50%, e questo dopo il bimestre estivo del credit crunch ed aver giudicato l’operato del suo successore. Sempre a proposito di recessione, gli economisti nel sondaggio mensile del Wall Street Journal si sono mediamente attestati anch’essi ad un terzo delle chance. Del resto, la percentuale di disoccupazione negli Usa è ferma al 4,6% , e l’indice di base che misura una recessione, ossia la crescita del PIL, ha avuto nel secondo trimestre un significativo rimbalzo al + 3,8%, rispetto all’anemica crescita dello 0,6% del primo trimestre. Ora per l’ente nazionale degli economisti, associazione privata ma che ufficiosamente definisce quando nasce e quando muore una recessione, le prospettive per il trimestre che si è chiuso a settembre e per quello da ottobre a fine dicembre sono per un rallentamento dal 3,8% al 2,4-2,5% circa, il che porterebbe la crescita del 2007 ad un livello medio più vicino al 2,5% che al 2%, ed in ogni caso ad un valore positivo. Perché ci sia una recessione, la convenzione vuole che l’economia denunci almeno due trimestri consecutivi con il segno meno della contrazione. Le basi dell’ottimismo in Borsa stanno nella reazione che il mercato ha riservato al taglio dei tassi ad opera della Federal Reserve. Bernanke era atteso alla prova: non aveva mai dovuto affrontare una vera situazione di emergenza nei 18 mesi da presidente della banca centrale ed era preso in mezzo a due fuochi. Da una parte le pressioni del partito, borsistico e immobiliare, che voleva un forte taglio, anche prima dell’appuntamento del 18 settembre. Dall’altra i rigoristi, che dopo aver criticato Greenspan per i suoi salvataggi e i suoi prolungati tagli ai tassi che avevano gonfiato le bolle a Wall Street e poi nel mattone, spingevano perché Bernanke non seguisse le sue orme, e lasciasse la cura al mercato. Il neopresidente ha operato uno slalom che è piaciuto agli investitori: prima ha agito con la liquidità d’emergenza data dal taglio al tasso di sconto riservato alle banche; poi ha atteso il meeting del calendario e ha fatto un taglio forte, inatteso dai più, anche del tasso target che incide su tutto il mercato, dai mutui ai prestiti ai bond. Il tempo dirà se ha ceduto al partito della Borsa, come dimostrerebbe l’entusiasmo delle ultime sedute, che a qualcuno ricorda la festa da ballo sul Titanic. Ma intanto sono vere anche varie altre cose che gli ottimisti-fondamentalisti citano per spiegare il prevalere dei compratori. 1) Sul credit crunch e le sue conseguenze ha fatto una buona impressione l’esito della riunione di un ente che non è mai stato ascoltato come in questa occasione, il Financial Stability Forum che si è riunito a New York a fine settembre. Presieduto dall’italiano Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, il Forum è composto da 50 tra presidenti di enti internazionali, governatori di banche centrali, funzionari di massimo livello dei ministeri del Tesoro delle maggiori economie mondiali, ed ha al centro delle sue riunioni periodiche l’analisi della situazione monetaria e finanziaria globale, ai fini della stabilità. “I membri hanno notato segni di stabilizzazione sia nel mercato monetario sia, in una certa misura, in quello del credito”, recita il comunicato ufficiale, “anche se la liquidità resta bassa in numerosi segmenti del mercato”. Segue la richiesta di interventi regolamentari che evitino il risorgere di bolle legate a strumenti finanziari illiquidi come i bond costruiti con il famigerato impacchettamento dei mutui subprime, ma il senso sostanziale delle conclusioni è che il futuro resta incerto, ma con un potenziale di base intatto perché il sistema guarisca. “I membri sono d’accordo nel ritenere ”, è infatti la conclusione, “che il retroterra macroeconomico globale rimane generalmente forte, sottolineando che i problemi del credito si sono limitati ad una piccola proporzione di strumenti creditizi, e che il capitale delle istituzioni regolamentate è rimasto a solidi livelli”. 2) E’ quindi lo scenario globale citato nel punto precedente a fornire ulteriori ragioni di ottimismo. La crisi c’è stata, profonda, costosa, drammatica. Forse non è finita, ma il medico ha riconosciuto qual è stato il bubbone, e ora lavora per isolarlo. Il corpo è sano: se i consumi reggono come il contenimento dell’inflazione e la tenuta dei posti di lavoro fanno fin qui sperare, la prossima campagna di vendite delle festività invernali andrà sufficientemente bene da dare altro tempo al mercato delle case, il vero moribondo, per trovare il suo pavimento e avviarsi alla risalita. Per la prima volta da 16 anni il valore medio della case americane sarà a fine dicembre più basso di quello che era nel gennaio scorso; continuano a calare le richieste di nuovi permessi di costruzione, continuano a aumentare i mesi teoricamente necessari a smaltire il magazzino dell’invenduto, che è ormai avviato ai nove mesi e oltre. E’ vero che la casa d’abitazione è un bene regionale e che la situazione è diversa tra gli Stati della più spinta speculazione edilizia (Arizona, Florida, Nevada, California) e il resto d’America. Ma c’è ancora da capire fino in fondo se ci potrà essere un contagiodalle aree dove si concentra la maggioranza dei casi di fallimento dei mutui, con la perdita della casa da parte di chi non riesce a tenere testa alla rate variabili in aumento, agli altri settori industriali e finanziari legati al business della casa. Intanto c’è anche a segnalare, però, che al contrario del mattone per abitazioni, le spese per investimenti in costruzioni commerciali e per uffici sono aumentate, nell’ultima rivelazione, al punto da portarsi ad una crescita complessiva inaspettata dello 0,2% positivo. 3) I profitti delle aziende di larga parte degli altri settori, tecnologia compresa, reggono anche se in un contesto di calo medio generale degli utili per il complesso delle 500 aziende dello Standard&Poor’s. Dopo anni di crescita a
d
ue cifre, c’è il rientro a un tasso di crescita a una cifra per molte aziende . Ma ad intervenire a soccorso, anche qui, è il fattore della globalizzazione, che è combinato non casualmente con il calo del dollaro rispetto all’euro e al paniere delle valute più importanti. Il dollaro si è indebolito dopo il taglio ultimo della Fed, come è logico, ma non è che fosse forte prima. La verità è che è cambiato il quadro economico mondiale, in meglio, e i nuovi protagonisti dalla Cina all’India, dal Brasile a tante piazze minori del mondo emergente stanno creando nuovi mercati, nuovi produttori, nuovi consumatori. Tante aziende multinazionali quotate a Wall Street, realizzando fette sempre maggiori di fatturato e di profitti all’estero, possono trarre un grande beneficio dal cambio, per la vantaggiosa trasformazione in dollari degli utili realizzati in euro o yen.

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Luca M.

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