Il petrolio verso record 100 Dollari al Barile

Pubblicato da: Luca M. - il: 06-11-2007 8:19

Aumenta il petrolio al barile, dopo aver toccato il 19 ottobre la cifra record di 94 dollari, balla pericolosamente intorno a quel livello, gettando nel panico tutti i cabalisti sulle sorti future dell’economia mondiale, la speculazione annusa l’aria e si fionda sullo zucchero. I contratti future, quelli che impegnano a comprare o vendere una merce a una certa data per un prezzo stabilito oggi, perciò scommettono sull’andamento del mercato, nel caso del prodotto della canna sono ampiamente al rialzo, sulla base del ragionamento che il caro-petrolio spingerà i biocarburanti, e quindi l’etanolo fatto appunto con la canna da zucchero.Il Petrolio resta comunque sempre il preferito dai giocatori d’azzardo delle Borse. Secondo le ultime statistiche sulle opzioni, gli investitori disposti ad acquistare il future sul Wti (il West Texas Intermediate, cioè il petrolio americano) a dicembre alla magica cifra di 100 dollari sono il triplo di quelli che puntano viceversa a venderlo a 80 dollari. Insomma, la maggioranza vede ‘toro’, cioè rialzo, e si aspetta altri record.

La tesi rialzista è sposata anche da Thomas Petrie, vicepresidente di Merrill Lynch, che scommette sul prossimo raggiungimento dei 120 dollari al barile. “Qui non si tratta più di capire se il petrolio toccherà i 100 dollari al barile, ma solo quando”, gli ha fatto eco Kevin Norrish di Barclays Capital, che vede all’orizzonte i 110 dollari al barile. Ancora più estrema la posizione di Philip Verleger, economista indipendente specializzato nel comparto energetico, stando al quale non vi sono le condizioni per un calo dei prezzi, a meno che non si verifichi una forte recessione: “In assenza di questi fattori i prezzi potrebbero arrivare a 200 dollari al barile”, sentenzia.

Ancora una volta è la finanza che indica la strada, sono i grandi manipolatori dei contratti di carta sul petrolio a dimostrarsi più influenti degli sceicchi dell’Opec, i padroni del petrolio stesso, nel dare la direzione ai mercati? Di certo le tensioni che riportano di nuovo il vecchio barile al centro dell’interesse di governanti e consumatori, di economisti e investitori – ultimamente distratti dalla crisi dei mutui subprime e dalla stretta del credito – hanno anche a che fare con la speculazione. Se ne lamenta infatti l’Organizzazione dei paesi produttori, che controlla il 40 per cento del petrolio mondiale, e che tutto il mondo pressa perché incrementi le quote nel summit di metà novembre a Ryad: “I mercati sono ben forniti, mentre le scorte si trovano a un livello molto tranquillizzante”, ha detto il segretario generale dell’organizzazione Abballa El-Badri, scaricandosi della colpa delle fiammate delle quotazioni.

Ma questa volta dare ai mercati finanziari tutta la colpa sarebbe ingeneroso. Semmai, gli speculatori hanno inforcato, com’è loro costume, una situazione ideale e la stanno sfruttando con la solita abilità. Le tensioni geopolitiche fanno la parte del leone. Come se non bastassero i guerriglieri del delta del Niger, il nazionalismo petrolifero in Venezuela, l’incubo delle tempeste nel Golfo del Messico, ora la minaccia di invasione turca nel Kurdistan iracheno taglia il fiato all’apparato produttivo di Baghdad che si stava a stento riprendendo. E la partita sul nucleare in Iran potrebbe mettere in pericolo le forniture di Teheran, un export di 2,5 milioni di barili al giorno. Poi c’è il fattore dollaro: ogni volta che il biglietto verde perde quota, come sta accadendo ora, i prezzi delle commodities salgono.

Gli attuali livelli di prezzo dipendono in maniera consistente dai timori di nuovi conflitti. In complesso, il rischio geopolitico pesa, secondo alcuni esperti, per 15-20 dollari. Se però si guardano i progetti di esplorazione in corso, che assumono un livello di prezzo oltre al quale diventano convenienti, il ‘rincaro-rischio’ è anche di più. I fondamentali del mercato (che sommano i costi di estrazione, gli stipendi dei dipendenti, il costo delle attrezzature e via dicendo), indicherebbero infatti un livello del barile sui 40-45 dollari. È così, per esempio, nei progetti di ricerca più costosi al mondo, che sono quelli che si svolgono in Canada. Tutto quello che oggi è in più è speculazione.

Mentre compagnie petrolifere e paesi produttori si riempiono le tasche, ci si potrebbe aspettare che l’economia barcolli e si afflosci sotto il peso della bolletta petrolifera. Invece no. Come ricorda il ‘Financial Times’, “il mondo ha dimostrato che può vivere con un barile a 70 dollari e oltre”. Le previsioni del Fondo monetario internazionale un anno fa erano di un petrolio a 75,5 dollari per il 2007. Ora il prezzo è a livelli molto superiori, ma questo non ha compromesso la locomotiva mondiale. Lo stesso Fondo monetario, d’altra parte, in aprile aveva presentato un nuovo modello di crescita economica, che accoppia petrolio salato e paesi emergenti. Secondo questo modello, se paesi a rapido sviluppo come Cina e India tengono alta la domanda, il pericolo di shock è scongiurato. E così è stato quest’anno. L’ultimo Outlook del Fondo, appena presentato, fotografa un mondo la cui crescita è dovuta per metà proprio a Cina e India. E spiega come hanno giocato i vari fattori nel tenere in relativo equilibrio il mercato.

Nel primo semestre 2007 la sete globale di petrolio è cresciuta dell’1 per cento. Ma mentre i paesi industrializzati, sia l’Europa che gli Usa, hanno bevuto meno, la parte del leone l’hanno fatta i cinesi, gli indiani e i medio-orientali. Per di più, la discesa del dollaro ha reso meno dispendioso il loro shopping.

Cosa accadrà in futuro? Secondo l’Outlook, ma su questo concorda anche l’Agenzia internazionale dell’energia, il mercato mondiale del petrolio rimarrà “molto ristretto”. Dal lato della offerta, infatti, non ci sarà spazio per grossi aumenti delle disponibilità, sia a causa di ritardi nello sviluppo di nuovi progetti, sia per la fine anticipata della produzione di alcuni grandi giacimenti (per esempio, in Norvegia, Gran Bretagna e Messico). L’Opec non dovrebbe aprire troppo i rubinetti. Come ha spiegato recentemente lo sceicco Zaki Yamani, ex ministro del petrolio saudita, i paesi produttori si stanno riempendo le tasche, e non sono disposti a rinunciarci. Anche perché guardano con fastidio all’abitudine dei governi occidentali di caricare di tasse il petrolio, facendo di fatto pagare tre volte tanto il barile ai loro cittadini-consumatori. L’Arabia Saudita, che essendo il maggior produttore potrebbe influire sulla situazione, per ora si è allineata alla maggioranza. A questo si aggiunge un fattore cruciale: la ‘spare capacity’, cioè la capacità produttiva non utilizzata di un giacimento è diventata molto bassa a livello globale. Più o meno è pari a 3 milioni di barili al giorno (era di 5-6 negli anni Novanta). Insomma, il fronte dell’offerta tiene la cinghia stretta.

Sul versante della domanda, invece, le economie emergenti continueranno a tirare, senza guardare troppo ai prezzi. Che quindi non potranno far altro che restare alti, come prevedono alla Goldman Sachs, secondo la quale nel 2008 il prezzo potrebbe arrivare a 95 dollari al barile per assestarsi su una media di 85 dollari al barile; la Citigroup, che ha alzato le previsioni da 60 a 70 dollari al barile per il 2008; l’Fmi, che attribuisce il 50 per cento di probabilità a uno scenario che vede il prezzo tra quota 69 e 87 a gennaio nel prossimo gennaio.

In tutto questo, però, resta il fatto che il petrolio non manca. Tanto che i raffinatori si possono permettere di scegliere le qualità migliori. I sauditi, per esempio, si lamentano che alcuni carichi restano invenduti. Come mai? Perché si tratta di greggio pesante (con più piombo e altri componenti di scarto), che quindi ha una resa inferiore. Ma i raffinatori adesso vogliono il meglio. Non devono dannarsi a cercare la materia prima più a buon mercato per difendere i propri margini, perché li fanno comunque. E poi l’effetto euro aiuta i raffinatori europei. Doppiamente fortunati. Da un lato acquistano la materia prima a meno. Dall’altro, vendono la benzina (e gli altri prodotti finali) a consumatori che non rinunciano ad andare in auto, qualsiasi sia il prezzo alla pompa.

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Luca M.

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