Caos Libia: viaggio di Tripoli nell’Italia economica

Pubblicato da: MatteoT - il: 21-02-2011 13:38 Aggiornato il: 21-02-2011 13:39

Calcio, automobili, banche, aerospazio e infrastrutture. Le partecipazioni della Libia in società italiane spaziano in molti settori a fronte dei grossi interessi che le imprese italiane hanno nel Paese nordafricano. La prima volta del Paese nordafricano in Italia risale al 1976 quando, attraverso la Lafico (Libyan arab foreign investment), entrò nel capitale di Fiat con una quota iniziale del 9,7%.

Della storica presenza in Fiat, si sono perse le tracce dal 2006 quando la quota fu ridotta sotto al 2% (la soglia per le partecipazioni rilevanti da segnalare alla Consob). Attualmente la Libia controlla il 7,2% di Unicredit. Risale a settembre 2010 la salita dei libici nel capitale della banca, una mossa che ha contribuito tra l’altro al terremoto che ha portato all’addio di Alessandro Profumo al vertice della banca, reo di non avere comunicato la notizia al presidente e agli altri azionisti.

In piazza Cordusio i fondi di Tripoli sono virtualmente primo azionista, con un 4,988% che fa capo alla Banca centrale libica e un altro 2,594% detenuto attraverso la Libyan investment authority; il numero uno dell’istituto centrale, Farhat Omar Bengdara, ricopre anche la carica di vicepresidente di Unicredit. Il collegamento tra i due enti libici, che insieme supererebbero il tetto del 5%, non è mai stato confermato.

Oggi il vice presidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, si è detto preoccupato “per i poveri ragazzi della Libia che stanno soffrendo. Questa è l’unica cosa che mi preoccupa. Il resto si aggiusta tutto”. Anche il presidente della Fondazione Crt (azionista di Unicredit con il 3,679%), Andrea Comba, si è detto “abbastanza preoccupato” per la questione libica. Certo qualche rischio per la partecipazione c’è, ma prima di prendere decisioni dobbiamo chiarirci le idee e poi si vedrà”.

Comba ha aggiunto che è possibile che ci sarà una consultazione con le altre fondazioni e che è “prematuro parlare” di un possibile intervento di stabilizzazione da parte di quest’ultime. “Ne abbiamo già fatti tanti”, ha concluso Comba. Comunque per il numero uno di Hvb, Theodor Weimer, gli azionisti libici di Unicredit stanno agendo in modo razionale.

I nostri azionisti libici si comportano in modo estremamente razionale, al momento”, ha spiegato Weimer, che non fa differenza fra denaro buono e denaro cattivo, riferendosi ai capitali provenienti dalla Libia. Ma “non si può ignorare che il sistema bancario islamico sta acquisendo importanza. Di conseguenza, è vero che abbiamo aperto le porte a un modo di fare banca che sia compatibile con la sharia”.

Dalle banche all’industria, la finanza libica ha un ruolo da protagonista in Italia, con partecipazioni rilevanti in diverse società nostrane. La finanziaria Lafico possiede, ad esempio, il 14,8% della Retelit, società controllata da Telecom Italia attiva nel WiMax, il 7,5% della Juventus e il 21,7% della ditta Olcese. La Libia è presente anche in Eni con una quota che dovrebbe aggirarsi attorno all’1%.

Tripoli, inoltre, attraverso il fondo sovrano Libyan Investment Authority, possiede una partecipazione attorno al 2,01%nel capitale di Finmeccanica. Le autorità libiche nel 2008 hanno inoltre ufficializzato la volontà di entrare nel capitale di Eni e hanno espresso interesse per ingressi diretti in Telecom Italia, Impregilo, Terna e Generali.

fonte: milanofinanza.it

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