Si è già avuto occasione di rilevare che la figura del lavoratore isolato è andata quasi scomparendo, e che il livello produttivo dei nostri tempi impone una
produzione a getto continuo, e per grandi quantità ; è sempre piú raro, quindi, trovare un imprenditore che sia in possesso di tutti i
fattori produttivi di cui ha bisogno senza doverli acquistare, almeno in parte. Esiste pertanto un
mercato dei
fattori produttivi, in cui si incontrano la domanda e l’offerta relative a ciascuno di essi, ed in cui si forma il relativo prezzo.
La rendita è infatti il prezzo del fattore natura, l’interesse il prezzo del
capitale, il
salario il prezzo del
lavoro; la remunerazione del fattore imprenditoriale è conosciuta sotto il nome di
profitto.
È stato notato come i
fattori produttivi siano tra loro complementari; sul
mercato, pertanto, ad ogni aumento o diminuzione della quantità e del prezzo di ciascuno di essi esiste una tendenza del prezzo di tutti gli altri a variare in senso contrario. Le leggi che governano il
mercato dei fattori, almeno sul piano teorico, ripetono la loro validità dalla legge della domanda e offerta e da quella della produttività marginale. Ma ogni fattore ha il suo particolare
mercato, con marcate caratteristiche proprie, e sarà opportuno perciò farne un esame separato. Tuttavia, è bene premettere che, a voler guardare alla realtà delle cose, il
mercato dei
fattori produttivi si riduce a due soli mercati, e cioè a quello dei
capitali, o del risparmio, o. e a quello del
lavoro.
Questa affermazione merita un ulteriore chiarimento: sappiamo, infatti, che oggi non esistono quasi piú terreni allo stato puro; in essi, le incessanti opere di miglioria e di bonifica, condotte con il lavoro ed il capitale di piú generazioni, hanno prodotto sostanziali trasformazioni. Oggi la remunerazione del fattore natura non è che la remunerazione dei fattori capitale e lavoro applicati ad esso. Inoltre, quando un tempo l’imprenditore aveva bisogno di capitali, o ricorreva ad un mutuo, o, se si trattava di una società per azioni, emetteva nuove azioni che assicuravano ai sottoscrittori una partecipazione ai profitti dell’impresa; ma con la seconda guerra mondiale, all’inizio delle ostilità , una norma giuridica sancà come obbligatoria la nominatività delle azioni. Nonostante la fine della guerra, tale norma non è piú stata abrogata, giustificata da ragioni fiscali. Perciò, mentre le obbligazioni possono essere al portatore, le azioni debbono essere nominative: sono perciò individuati ai fini fiscali i percettori di redditi azionari, restano ignoti i percettori di redditi obbligazionari. Questo fatto ha determinato una preferenza dei risparmiatori ad orientarsi verso l’acquisto di obbligazioni, anziché verso il mercato azionario: gli investimenti compiuti dalle varie società sono perciò effettuati con capitale di risparmio anziché con capitale di rischio.
Esistono perciò di fatto due mercati: il mercato dei capitali, il mercato del lavoro; ma la loro importanza in questi ultimi tempi è grandemente diminuita: infatti, a causa dell’autofinanziamento delle imprese (per cui il profitto si trasforma in investimento senza passare per il mercato dei capitali), ed anche a causa della crescente partecipazione degli enti pubblici alla vita economica (con conseguente emissione di titoli obbligazionari) il mercato dei capitali ha perduto molta della sua importanza. Quanto al mercato del lavoro, essendo la contrattazione nella maggior parte dei casi demandata alle organizzazioni sindacali, ed avendo la legislazione sociale posto dei limiti ben precisi nell’interesse delle classi lavoratrici, esso non può essere considerato soggetto alle norme delineate dagli economisti classici.