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Situazione attuale

Si moltiplicano gli incontri per la costruzione di un nuovo sistema internazionale di pagamenti, ma il ritorno ai cambi fissi incontrerebbe troppe difficoltà. Innanzitutto, la crisi mondiale che ha investito i vari paesi ne ha reso le economie cosí diverse le une dalle altre, cosí instabili che appare vano qualsiasi tentativo di istituire rapporti meno precari.

Enormi sono i problemi sollevati dalla crisi: quello della disoccupazione, dovuta a ristrutturazioni, a caduta della domanda, a mancanza di investimenti (a questo proposito si ricordino la fuga dei capitali all’estero, la mancanza di fiducia) ; il problema dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti, reso sempre piú precario dall’aumento del prezzo del petrolio. Di fronte a questi problemi, quello della stabilità dei cambi può rimanere in ombra.

Inoltre, non è ancora concluso il « gioco » altalenante tra il dollaro e l’oro. Nel settembre 1975, mentre scriviamo, il dollaro ha ripreso a salire, mentre, sul mercato libero, l’oro è disceso a 130 dollari l’oncia. L’economia U.S.A. registra segni di ripresa e la bilancia dei pagamenti è ritornata in attivo. Le esportazioni delle merci sono di nuovo superiori alle importazioni grazie ad una politica protettiva, alla riduzione dei consumi, al controllo dei salari e all’aumento della produttività (tuttavia, la disoccupazione cresce all’interno).

Un contributo determinante è stato dato dall’aumento del prezzo del petrolio, che ha reso sfruttabili giacimenti in territorio americano che per il passato erano considerati non economici. Gli acquisti di greggio oggi si ripagano in dollari, anche perché i dollari, al contrario dell’oro, fruttano un interesse (per questa ragione si era preferito, a suo tempo, il Gold Exchange Standard al Gold Bullion Standard). Dalla rivalutazione del dollaro l’Europa si attende un aumento della domanda americana di merci europee: e gli U.S.A. ripropongono al mondo il dollaro come moneta cardine del sistema monetario internazionale.

La inconvertibiltà del dollaro e le sue conseguenze

A partire dal 15 agosto 1971 il dollaro, già inconvertibile di fatto, lo diviene ufficialmente. In tale occasione gli U.S.A. introducono una sovrimposta sulle importazioni del 10% e riducono, pure del 10%, il programma di aiuti all’estero. Con tali provvedimenti si ripropongono di frenare le importazioni, di contenere le spese verso l’estero e di riequilibrare la bilancia dei pagamenti. A questo punto, i cambi divengono estremamente variabili anche perché le reazioni dei vari paesi sono differenti.

Alcuni infatti (Austria, Svizzera), per non assorbire ulteriormente il deficit U.S.A., passano alla rivalutazione delle loro monete rispetto al dollaro; ma i paesi (Giappone) largamente esportatori in U.S.A., già colpiti dal nuovo dazio doganale, preferiscono lasciare oscillare le loro monete sul mercato anziché procedere ad una rivalutazione ufficiale. Altri ancora instaurano due mercati: l’uno, ufficiale, l’altro, libero; altri ancora, tra cui l’Italia, lasciano invariata la parità col dollaro comprando con moneta nazionale buona la moneta svalutata.

La crisi del Dollar Standard si ripercuote negativamente sul F.M.I., poiché i problemi sollevati sono tali da compromettere l’accordo dei paesi membri.

Questo organismo, infatti, contabilizza l’oro a 42,22 dollari l’oncia, mentre sul mercato libero esso raggiunge quotazioni ben piú alte. Alcuni membri propongono perciò di lasciarne solo una parte in dotazione al Fondo: per la rimanente, si propone di venderne uria parte sul mercato libero (lucrarne la « differenza » e cederla ai paesi in via di sviluppo), e di distribuire l’altra parte ai paesi sottoscrittori in proporzione delle quote conferite.

Il problema della redistribuzione parrebbe semplice; ma, nel tempo, si è verificato che i paesi ricchi (e cioè quelli produttori di petrolio) detengono quote che non rispecchiano la loro attuale capacità monetaria; mentre, d’altro canto, quote di rilievo sono attribuite a paesi che, ormai, contano in seno al Fondo poche riserve (ad esempio, Italia e Gran Bretagna). Negativamente la crisi del dollar standard pesa sul futuro dei paesi in via di sviluppo che, mai interpellati nelle trattative monetarie ad alto livello, subiscono le decisioni degli altri. Dei riflessi della crisi del dollar standard sulla C.E.E. diremo nel paragrafo che segue.



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