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Posts Tagged ‘prezzi’
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L'inflazione rimane stabile a settembre (+1,7% annuo)
La stima provvisoria dell'Istat: è pari a +0,1% la variazione mensile dei prezzi al consumo e al 3,3% quella tendenziale in aprile...
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Durante un periodo di inflazione le imprese sono esposte ad una Insidiosa minaccia che, se non è parata a tempo, mette in grave pericolo la consistenza del capitale investito nelle imprese stesse. Nell’ipotesi di una moneta stabile, se un macchinario è costato dieci milioni e si calcola che durerà per dieci anni, basta distribuire gli ammortamenti su di un periodo di dieci anni, in modo che alla fine del periodo si sia fondato un fondo di dieci milioni. Ma se la moneta nel frattempo è deprezzata, i dieci milioni non saranno sufficienti per ricostruire il macchinario: la ditta avrà , cioè, perduto parte del suo capitale. Se essa vuole mantenere intatto il suo capitale, deve calcolare i prezzi di vendita in modo da includere in essi quote sufficienti di ammortamento, commisurate non al costo originario, ma al presunto costo di acquisto degli impianti, che, a causa del deprezzamento monetario, sarà piú o meno considerabilmente aumentato rispetto al costo originario.
Le stesse considerazioni valgono per quanto riguarda il capitale di esercizio dei commercianti, investito in materie prime o semilavorate, o prodotti finiti: se i prezzi di vendita sono commisurati ai costi originari, e questi, nel periodo intercedente tra l’acquisto e la vendita, sono cresciuti, il capitale monetario ricostituito non sarà sufficiente a comperare una quantità di merce eguale a quella di prima, malgrado che dal confronto tra i prezzi di vendita e quello originario di acquisto possa risultare apparente un profitto.
La nota la storiella di quel grande commerciante in ferramenta, il quale per aver voluto calcolare sempre i prezzi di vendita in base a quelli originari di acquisto, vide diminuire progressivamente il suo capitale di esercizio, finché questo si ridusse in un sol chiodo!…
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L’inflazione — cioè il persistente aumento dei prezzi — è un fenomeno che, come è ovvio, presuppone che la produzione abbia raggiunto un livello relativamente elevato. Essa può verificarsi soltanto quando, in un determinato luogo, la capacità produttiva delle aziende e della mano d’opera disponibile è appena in grado di soddisfare la domanda esistente sul mercato.
Quando i beni disponibili non possono essere rapidamente aumentati, come può avvenire nel caso che sia raggiunto il massimo della produzione, un ulteriore aumento della domanda può determinare un rialzo dei prezzi.
A questo proposito, occorre fare una distinzione fra due diversi settori dell’economia. In quel settore in cui, come avviene per l’agricoltura, vi sono molti tenderanno pertanto ad aumentare automaticamente in caso di aumento della domanda. Nel tipico mercato industriale, invece, che è quello dell’acciaio, dei macchinari, del petrolio, delle automobili, della maggior parte dei metalli non ferrosi e dei prodotti chimici, alcune grandi società , in numero relativamente modesto, godono, in un modo o nell’altro, di un notevole potere discrezionale nel fissare i prezzi.
In mercati di questo tipo caratterizzati da quello che gli economisti chiamano oligopolio non appena ci si avvicina al massimo della produzione, diventa possibile e vantaggioso alzare i prezzi. Il fatto che tutte le aziende abbiano raggiunto o quasi la loro massima produttività , costituisce una garanzia che nessuna di esse, riducendo i prezzi, conquisterà un ulteriore settore del mercato, non avendo possibilità di rifornirlo. In circostanze simili, non vi è neppure il pericolo che si accumulino riserve extra, disponibili a un prezzo meno elevato.
A questo punto, è necessario fare giustizia di un errore che è forse quello che si riscontra piú frequentemente nelle idee che vengono manifestate oggigiorno a proposito dell’inflazione, per quanto esso non sia affatto sfuggito agli economisti. Intendo riferirmi alla quasi fatale tentazione di risolvere il problema ricorrendo a un incremento della produzione. Si tratta del piú naturale degli errori: li per li si pensa ai rimedi piú semplici e piú immediati. Se l’inflazione è dovuta generalmente alla esigenza di prodotti che preme sulla capacità produttiva, l’unica cosa che si può fare è di aumentare questa capacità produttiva e quindi la produzione totale, in modo da sanare questo conflitto. Ma basta riflettere un po’ per comprendere che un incremento generale dei beni prodotti, anche quando può essere ottenuto rapidamente sfruttando la capacità esistente, farà si che il reddito necessario per acquistare tali beni sia assorbito interamente da salari e da altri costi. Abbiamo visto, inoltre, che i bisogni non hanno un’origine indipendente dalla produzione, essendo alimentati dallo stesso processo da cui la produzione, a sua volta, è incrementata. Pertanto, l’effetto di un aumento di produzione derivante dalla capacità esistente di un’azienda, è quello di incrementare anche il potere di acquisto nei confronti dei beni prodotti, e di stimolare in pari tempo i desideri necessari perché tale potere d’acquisto venga impiegato produttori e in cui funziona un sistema che si avvicina a quello che gli economisti chiamano della concorrenza pura, i singoli venditori non hanno un controllo o un’influenza sui prezzi, i quali tenderanno pertanto ad aumentare automaticamente in caso di aumento della domanda.
Nel tipico mercato industriale, invece, che è quello dell’acciaio, dei macchinari, del petrolio, delle automobili, della maggior parte dei metalli non ferrosi e dei prodotti chimici, alcune grandi società , in numero relativamente modesto, godono, in un modo o nell’altro, di un notevole potere discrezionale nel fissare i prezzi. In mercati di questo tipo caratterizzati da quello che gli economisti chiamano oligopolio non appena ci si avvicina al massimo della produzione, diventa possibile e vantaggioso alzare i prezzi. Il fatto che tutte le aziende abbiano raggiunto o quasi la loro massima produttività , costituisce una garanzia che nessuna di esse, riducendo i prezzi, conquisterà un ulteriore settore del mercato, non avendo possibilità di rifornirlo. In circostanze simili, non vi è neppure il pericolo che si accumulino riserve extra, disponibili a un prezzo meno elevato.
A questo punto, è necessario fare giustizia di un errore che è forse quello che si riscontra piú frequentemente nelle idee che vengono manifestate oggigiorno a proposito dell’inflazione, per quanto esso non sia affatto sfuggito agli economisti. Intendo riferirmi alla quasi fatale tentazione di risolvere il problema ricorrendo a un incremento della produzione. Si tratta del piú naturale degli errori: li per li si pensa ai rimedi piú semplici e piú immediati. Se l’inflazione è dovuta generalmente alla esigenza di prodotti che preme sulla capacità produttiva, l’unica cosa che si può fare è di aumentare questa capacità produttiva e quindi la produzione totale, in modo da sanare questo conflitto. Ma basta riflettere un pò per comprendere che un incremento generale dei beni prodotti, anche quando può essere ottenuto rapidamente sfruttando la capacità esistente, farà si che il reddito necessario per acquistare tali beni sia assorbito interamente da salari e da altri costi. Abbiamo visto, inoltre, che i bisogni non hanno un’origine indipendente dalla produzione, essendo alimentati dallo stesso processo da cui la produzione, a sua volta, è incrementata. Pertanto, l’effetto di un aumento di produzione derivante dalla capacità esistente di un’azienda, è quello di incrementare anche il potere di acquisto nei confronti dei beni prodotti, e di stimolare in pari tempo i desideri necessari perchè tale potere d’acquisto venga impiegato.
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Siete mai stati in un borgo di campagna in un giorno di fiera? In mezzo al chiasso dei ragazzi, alle gomitate dei contadini e delle contadine le quali vogliono avvicinarsi al banco dove sono le stoffe, i vestiti, le scarpe, etc., da osservare, confrontare, toccare con mano ed alle grida dei venditori, i quali vi vogliono persuadere che la loro roba è la migliore di tutte, la sola che farà prima infastidire voi di portarla che essa di essere frustata, quella che è un vero regalo in confronto al poco denaro che dovete spendere per acquistarla? Quella fiera è un mercato, ossia un luogo dove, a giorno fisso e noto per gran cerchia di paesi intorno, convengono a centinaia: camion, i carri ed i carretti dei venditori carichi delle merci, delle cose piú diverse, dai vestiti alle scarpe, dalle casseruole da cucina ai vomeri per l’aratro, dalle lenzuola alle federe, dalle cianfrusaglie per i ragazzi ai doni per la fidanzata per le nozze.
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Sulla fiera si offre di tutto; e ci sono sempre molti che offrono la stessa cosa. E sulla fiera convengono da ogni parte, da gran cerchia di villaggi e di casolari posti attorno al grosso borgo, dove ci sono piazze ed osterie atte ad ospitare e dare da mangiare a tanta gente, migliaia, moltitudini di compratori, desiderosi di rifornirsi delle cose che ad essi mancano. Specialmente nella fiera di Pasqua e in quella dei Santi l’afflusso dei venditori e dei compratori è grande. Arrivano a torme i compratori perché sanno che dove è grande concorso è sempre piú facile trovare ciò di cui si ha bisogno e trovarlo alle migliori condizioni di prezzo: e giungono numerosi i venditori, perché sanno che, dove c’è grande moltitudine di gente desiderosa di comprare, è sempre piú agevole vendere la merce e venderla bene. I compratori desiderano acquistare a buon mercato e i venditori vendere a caro prezzo. Spinti da motivi opposti, essi si affrettano verso lo stesso luogo, verso la fiera, il mercato.
Anche la bottega è un mercato. Di bottega dove si vendono le stesse verdure, la stessa carne, le stesse qualità di pane o di panni o di scarpe, ce ne sono molte nello stesso rione della città, spesso nella stessa via, se questa è un po’ frequentata. La gente passa dinanzi alle vetrine, guarda qualità e prezzi e confronta. Se il cliente si decide ad entrare può darsi che egli si trovi solo a faccia a faccia col bottegaio. Ma in realtà né l’uno né l’altro è solo. Il bottegaio sa che accanto a lui ci sono altri bottegai, venditori della stessa merce, pronti a portargli via il cliente se egli pretenda un prezzo troppo alto. Il cliente ha già osservato e confrontato e sa che non gli conviene tirare troppo sul prezzo perché tanto egli non troverebbe la roba altrove e piú a buon mercato. I concorrenti, venditori e compratori, non sono li presenti a strapparsi l’uno all’altro i clienti o la roba; ma sebbene invisibili, ci sono.
Forse vi sarà accaduto anche di passare un qualche mattino, tra le undici e il mezzogiorno, dinanzi ad un palazzo su cui è scritto « Borsa ». Se la curiosità vi ha spinto ad entrare nel salone centrale o ad avvicinarvi al padiglione vetrato che sta in mezzo al cortile d’onore, avrete osservato gran folla di signori, abbastanza ben vestiti, che ogni tanto tirano fuori di tasca un taccuino ed una matita e segnano qualcosa. Alcuni sono seduti e silenziosamente annotano in seguito a segni impercettibili che essi colgono a volo sulle labbra di qualche collega. Altri sono congestionati in volto e gridano parole che voi non capite a persone che stanno lontane e urlano anch’esse parole incomprensibili.
Ragazzi, fattorini e commessi corrono incessantemente tra il gruppo della gente silenziosa o vociferante a certe cabine poste lungo le pareti del salone e che voi scoprite essere cabine telefoniche e portano avanti e indietro messaggi verbali o rapidamente tracciati a mano su pezzi di carta. Anche quello è un mercato. Non vi si vedono le merci negoziate; perché per comprare e per vendere non è sempre necessario, come si fa sulle fiere o nelle botteghe, vedere e toccare con mano la merce. Nelle borse si vendono titoli di Stato, azioni di società anonime, obbligazioni di comuni o di istituti di credito fondiario, ossia pezzi di carta aventi un valore piú o meno alto, ma tutti uguali, quelli della stessa specie, gli uni agli altri. Non è necessario vedere e toccare, perché il venditore non può consegnare, quando sia giunto il momento di eseguire il contratto, se non quel preciso pezzo di carta con su scritte quelle certe parole e non altro. Ci sono borse nelle quali, invece che pezzi di carta, si negoziano derrate e merci, frumento, granturco, seta, lana, cotone, argento, rame, stagno, zinco, piombo, ghisa, etc. etc.
Qui sarebbe necessario vedere e toccare; ma sarebbe un grosso imbroglio per centinaia e migliaia di venditori arrivare in borsa ciascuno con un grosso carico, anche se si tratti di minuscoli campioni da distribuire ai compratori in pegno delle qualità della merce che dovrà essere consegnata. I campioni ci sono, ma sono « ideali » e sono già fissati dai regolamenti della borsa. Si potrebbe continuare negli esempi, ma ormai pare abbastanza chiaro che cosa sia un mercato. IL un luogo dove convengono molti compratori e molti venditori, desiderosi di acquistare o di vendere una o piú merci. Invece di merci, si possono negoziare quelli che si chiamano « servigi ».
Alla mietitura o alla vendemmia, tutti sanno che di gran mattino, tra le quattro e le sei, su certe piazze del borgo convengono i mietitori e le ven- demmiatrici che intendono andare ad opera a servigio altrui e convengono gono altresí gli agricoltori i quali hanno il frumento in piedi da far mietere e le uve da staccare nella vigna.
Nelle città il sistema è mutato un po’ e ci sono gli uffici di collocamento, privati e pubblici, dove convengono datori di lavoro che hanno bisogno di opera ed operai che desiderano trovare lavoro. Il punto essenziale da tenere in mente è che il mercato è un luogo dove convengono « molti » compratori e « molti » venditori. Bisogna aggiungere subito alla parola « convengono » anche qualche altra parola: è un luogo dal quale compratori e venditori possono « uscire » quando ad essi non convenga stipulare il contratto. Se, ad esempio, il mietitore o la vendemmiatrice giunti in un mercato fossero presi per il collo, per modo di dire, dal carabiniere o costretti ad andare a lavorare a mietere per 30 lire al giorno quando il prezzo del mercato è 50; o a vendemmiare per 10 invece che per 20, quello non sarebbe piú un mercato, ma uno strumento di « schiavitú ».
Qui vogliamo spiegare che cosa sia un mercato, e non che cosa furono in passato, o possono essere al presente in certi paesi, gli ergastoli degli schiavi. Parimenti, quando si tratta di merci, perché ci sia un vero mercato occorre che il venditore possa rifiutarsi di vendere senza troppo grave suo danno. Certo, è sempre meglio, se conviene, vendere o comprare subito invece che aspettare; ma, entro certi limiti, l’aspettare può essere conveniente. Perché ci sia un vero mercato, occorre però che le due parti siano libere di « non » mettersi d’accordo.
Se il venditore dispone di una merce ingombrante o pesantissima che costerebbe l’ira di Dio a ritrasportare in magazzino, o di frutta, o di verdura che, se non è venduta subito, marcisce, e non è che il mercato non ci sia piú. Esso esiste sempre; ma comporta per una delle parti certi rischi di cui conviene tener conto preventivamente se non si vuole essere presi per il collo dall’altra parte.
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