Il mercato

Siete mai stati in un borgo di campagna in un giorno di fiera? In mezzo al chiasso dei ragazzi, alle gomitate dei contadini e delle contadine le quali vogliono avvicinarsi al banco dove sono le stoffe, i vestiti, le scarpe, etc., da osservare, confrontare, toccare con mano ed alle grida dei venditori, i quali vi vogliono persuadere che la loro roba è la migliore di tutte, la sola che farà prima infastidire voi di portarla che essa di essere frustata, quella che è un vero regalo in confronto al poco denaro che dovete spendere per acquistarla? Quella fiera è un mercato, ossia un luogo dove, a giorno fisso e noto per gran cerchia di paesi intorno, convengono a centinaia: camion, i carri ed i carretti dei venditori carichi delle merci, delle cose piú diverse, dai vestiti alle scarpe, dalle casseruole da cucina ai vomeri per l’aratro, dalle lenzuola alle federe, dalle cianfrusaglie per i ragazzi ai doni per la fidanzata per le nozze.

Sulla fiera si offre di tutto; e ci sono sempre molti che offrono la stessa cosa. E sulla fiera convengono da ogni parte, da gran cerchia di villaggi e di casolari posti attorno al grosso borgo, dove ci sono piazze ed osterie atte ad ospitare e dare da mangiare a tanta gente, migliaia, moltitudini di compratori, desiderosi di rifornirsi delle cose che ad essi mancano. Specialmente nella fiera di Pasqua e in quella dei Santi l’afflusso dei venditori e dei compratori è grande. Arrivano a torme i compratori perché sanno che dove è grande concorso è sempre piú facile trovare ciò di cui si ha bisogno e trovarlo alle migliori condizioni di prezzo: e giungono numerosi i venditori, perché sanno che, dove c’è grande moltitudine di gente desiderosa di comprare, è sempre piú agevole vendere la merce e venderla bene. I compratori desiderano acquistare a buon mercato e i venditori vendere a caro prezzo. Spinti da motivi opposti, essi si affrettano verso lo stesso luogo, verso la fiera, il mercato.

Anche la bottega è un mercato. Di bottega dove si vendono le stesse verdure, la stessa carne, le stesse qualità di pane o di panni o di scarpe, ce ne sono molte nello stesso rione della città, spesso nella stessa via, se questa è un po’ frequentata. La gente passa dinanzi alle vetrine, guarda qualità e prezzi e confronta. Se il cliente si decide ad entrare può darsi che egli si trovi solo a faccia a faccia col bottegaio. Ma in realtà né l’uno né l’altro è solo. Il bottegaio sa che accanto a lui ci sono altri bottegai, venditori della stessa merce, pronti a portargli via il cliente se egli pretenda un prezzo troppo alto. Il cliente ha già osservato e confrontato e sa che non gli conviene tirare troppo sul prezzo perché tanto egli non troverebbe la roba altrove e piú a buon mercato. I concorrenti, venditori e compratori, non sono li presenti a strapparsi l’uno all’altro i clienti o la roba; ma sebbene invisibili, ci sono.

Forse vi sarà accaduto anche di passare un qualche mattino, tra le undici e il mezzogiorno, dinanzi ad un palazzo su cui è scritto « Borsa ». Se la curiosità vi ha spinto ad entrare nel salone centrale o ad avvicinarvi al padiglione vetrato che sta in mezzo al cortile d’onore, avrete osservato gran folla di signori, abbastanza ben vestiti, che ogni tanto tirano fuori di tasca un taccuino ed una matita e segnano qualcosa. Alcuni sono seduti e silenziosamente annotano in seguito a segni impercettibili che essi colgono a volo sulle labbra di qualche collega. Altri sono congestionati in volto e gridano parole che voi non capite a persone che stanno lontane e urlano anch’esse parole incomprensibili.

Ragazzi, fattorini e commessi corrono incessantemente tra il gruppo della gente silenziosa o vociferante a certe cabine poste lungo le pareti del salone e che voi scoprite essere cabine telefoniche e portano avanti e indietro messaggi verbali o rapidamente tracciati a mano su pezzi di carta. Anche quello è un mercato. Non vi si vedono le merci negoziate; perché per comprare e per vendere non è sempre necessario, come si fa sulle fiere o nelle botteghe, vedere e toccare con mano la merce. Nelle borse si vendono titoli di Stato, azioni di società anonime, obbligazioni di comuni o di istituti di credito fondiario, ossia pezzi di carta aventi un valore piú o meno alto, ma tutti uguali, quelli della stessa specie, gli uni agli altri. Non è necessario vedere e toccare, perché il venditore non può consegnare, quando sia giunto il momento di eseguire il contratto, se non quel preciso pezzo di carta con su scritte quelle certe parole e non altro. Ci sono borse nelle quali, invece che pezzi di carta, si negoziano derrate e merci, frumento, granturco, seta, lana, cotone, argento, rame, stagno, zinco, piombo, ghisa, etc. etc.

Qui sarebbe necessario vedere e toccare; ma sarebbe un grosso imbroglio per centinaia e migliaia di venditori arrivare in borsa ciascuno con un grosso carico, anche se si tratti di minuscoli campioni da distribuire ai compratori in pegno delle qualità della merce che dovrà essere consegnata. I campioni ci sono, ma sono « ideali » e sono già fissati dai regolamenti della borsa. Si potrebbe continuare negli esempi, ma ormai pare abbastanza chiaro che cosa sia un mercato. IL un luogo dove convengono molti compratori e molti venditori, desiderosi di acquistare o di vendere una o piú merci. Invece di merci, si possono negoziare quelli che si chiamano « servigi ».

Alla mietitura o alla vendemmia, tutti sanno che di gran mattino, tra le quattro e le sei, su certe piazze del borgo convengono i mietitori e le ven- demmiatrici che intendono andare ad opera a servigio altrui e convengono gono altresí gli agricoltori i quali hanno il frumento in piedi da far mietere e le uve da staccare nella vigna.

Nelle città il sistema è mutato un po’ e ci sono gli uffici di collocamento, privati e pubblici, dove convengono datori di lavoro che hanno bisogno di opera ed operai che desiderano trovare lavoro. Il punto essenziale da tenere in mente è che il mercato è un luogo dove convengono « molti » compratori e « molti » venditori. Bisogna aggiungere subito alla parola « convengono » anche qualche altra parola: è un luogo dal quale compratori e venditori possono « uscire » quando ad essi non convenga stipulare il contratto. Se, ad esempio, il mietitore o la vendemmiatrice giunti in un mercato fossero presi per il collo, per modo di dire, dal carabiniere o costretti ad andare a lavorare a mietere per 30 lire al giorno quando il prezzo del mercato è 50; o a vendemmiare per 10 invece che per 20, quello non sarebbe piú un mercato, ma uno strumento di « schiavitú ».

Qui vogliamo spiegare che cosa sia un mercato, e non che cosa furono in passato, o possono essere al presente in certi paesi, gli ergastoli degli schiavi. Parimenti, quando si tratta di merci, perché ci sia un vero mercato occorre che il venditore possa rifiutarsi di vendere senza troppo grave suo danno. Certo, è sempre meglio, se conviene, vendere o comprare subito invece che aspettare; ma, entro certi limiti, l’aspettare può essere conveniente. Perché ci sia un vero mercato, occorre però che le due parti siano libere di « non » mettersi d’accordo.

Se il venditore dispone di una merce ingombrante o pesantissima che costerebbe l’ira di Dio a ritrasportare in magazzino, o di frutta, o di verdura che, se non è venduta subito, marcisce, e non è che il mercato non ci sia piú. Esso esiste sempre; ma comporta per una delle parti certi rischi di cui conviene tener conto preventivamente se non si vuole essere presi per il collo dall’altra parte.

I cambi esteri - Corso dei cambi e parità cambiaria

Le relazioni commerciali e finanziarie che si stringono tra i vari paesi e che risultano dalle rispettive bilance dei pagamenti danno luogo a quel fenomeno economico conosciuto sotto il nome di cambio.

I pagamenti internazionali possono infatti avvenire nei seguenti modi:

a) con l’invio di moneta straniera;
b) con l’invio di oro;
c) con l’invio di divise estere.

Però, poiché i privati non hanno — in generale — la disponibilità di moneta straniera, la scelta dei mezzi di pagamento si restringe: o l’oro o le divise estere, e cioè cambiali ed altri titoli di credito pagabili all’estero. Generalmente, è preferito quest’ultimo mezzo di pagamento.

La parola cambio, perciò, può essere intesa — come ben nota il Gera (G. Gera: Elementi di economia politica, A. Signorelli, Roma -IV edizione) — in tre significati:

a,) come la divisa estera per mezzo della quale si compiono i pagamenti internazionali;

b) come il complesso delle operazioni necessarie per l’acquisto e la vendita di monete e di divise estere;

c) come il prezzo delle divise estere.

Il corso dei cambi è dato perciò dalla quantità di moneta nazionale necessaria per ottenere una unità di moneta estera. Se la quantità di moneta nazionale è mantenuta fissa rispetto ad una quantità variabile di moneta estera, si dice che quella tale piazza dà il certo per l’incerto; se la quantità di moneta nazionale varia rispetto ad una quantità fissa di moneta estera, si dice che quella tale piazza dà l’incerto per il certo (questo secondo tipo di cambio è praticato da tutte le piazze europee, eccettuata quella di Londra).

Dicesi parità cambiaria il rapporto di cambio tra la moneta nazionale e la moneta estera; per paesi entrambi a sistema monetario metallico, essa è data dal rapporto tra le quantità di fino contenute rispettivamente nelle due monete considerate; per paesi a carta moneta inconvertibile, dal rapporto fra i rispettivi poteri di acquisto delle due monete.

Il cambio si dice alla pari quando il prezzo delle divise estere coincide con la parità cambiaria; si dice, invece, sopra la pari (o cambio sfavorevole) quando il prezzo delle divise sale sopra tale parità, e sotto la pari (o cambio favorevole) nel caso inverso.

Il corso dei cambi oscilla in funzione della domanda e dell’offerta di divise per i pagamenti internazionali (se nessuna forza interviene a renderlo fisso) ed è largamente influenzato dalla bilancia dei pagamenti, che ne è influenzata a sua volta è facile comprendere, pertanto, come accada continuamente che esso si discosti dalla parità con oscillazioni piú o meno contenute.


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