Capital Gain Forex: cos’è e come si calcola

Pubblicato da: Trader - il: 25-10-2015 8:48 Aggiornato il: 03-05-2016 12:57

Nel nostro corso introduttivo sul mercato Forex, abbiamo trattato alcuni argomenti di base che ti possono aiutare a comprendere il funzionamento del mercato, ti abbiamo fornito alcune nozioni sull‘analisi tecnica e sull’analisi fondamentale e, in generale, abbiamo provato a spiegare perché, a nostro avviso, il trading con la strategia della price action sia quello potenzialmente più vantaggioso. Proveremo, ora, ad addentrarci in argomenti più tecnici relativi al mercato valutario, partendo dal concetto di capital gain forex.

Cosa si intende per Capital Gain Forex

Come i più anglofoni tra voi avranno magari già intuito, il capital gain, in termini generali, non è nient’altro che l’aumento di valore di un asset (sia esso un titolo finanziario o un immobile) che porta l’asset stesso ad avere un prezzo superiore a quello a cui l’investitore l’aveva in precedenza acquistato. Tale “gain” (guadagno) si realizzerà unicamente al momento della vendita del titolo. Il concetto di cui si parla viene anche definito, in lingua italiana, come guadagno in conto capitale o utile di capitale.

In altre parole, se un asset viene venduto, la differenza tra il prezzo di vendita finale e il prezzo di base (solitamente, i quattrini che abbiamo dovuto sborsare originariamente per l’acquisto dell’asset) rappresenterà il nostro capital gain o capital loss, e se l’asset viene venduto ad un prezzo superiore della somma pagata in origine, realizzeremo un capital gain. Se invece l’asset viene venduto ad una cifra inferiore rispetto a quella d’acquisto, ci troveremo di fronte ad un capital loss.

capital-gain

Nel caso dei mercati finanziari, quando il prezzo di un titolo aumenta e supera il prezzo base di acquisto, il capital gain non viene ancora realizzato; è – per così dire – “in potenza”. La consistenza del capital gain si avrà solamente una volta che sarà effettivamente avvenuta la vendita dell’asset stesso.

Il capital gain, chiaramente, rappresenta uno dei modi per trarre profitto dai cosiddetti “capital asset” (ossia, quei beni su cui è possibile esercitare un diritto di proprietà): da un immobile, puoi ricavare l’importo dei canoni di locazione; dai titoli azionari, puoi ricevere dei dividendi, mentre dai titoli obbligazionari e dai titoli di Stato si ricevono, normalmente, degli interessi, calibrati a seconda del rischio dello strumento finanziario.

Il capital gain è un aspetto ulteriore, che si differenzia da tutto ciò: si potrebbe anche italianizzare con il più generico termine di “plusvalenza”, salito alla ribalta negli ultimi anni soprattutto fra i calciofili, diventando ormai un termine conosciuto anche a chi non è esperto di materie finanziarie.

Un ultimo aspetto da considerare, che si può comunque ricavare implicitamente da quanto esposto fino ad ora, è che il capital gain si può registrare unicamente nei casi in cui il trasferimento del titolo avvenga a titolo oneroso. In altre parole, quando l’asset fuoriesce dal nostro patrimonio per cause quali donazione e successione, non si ha alcun capital gain, in quanto, a ben vedere, non si ha alcun prezzo di rivendita su cui calcolare eventualmente la differenza di prezzo necessaria per ricavare il surplus, la plusvalenza di cui si sta parlando.

Come si calcola il capital gain nel Forex?

Passiamo adesso al mercato Forex. All’interno del mercato Forex, è piuttosto semplice intuire l’operatività del capital gain ed è persino agevole calcolarlo; in più, quasi sempre il Forex broker ci risparmierà anche questa “fatica”, offrendo grafici, storici e registri dettagliati delle nostre operazioni passate, con indicazione di profitti e perdite, anche in termini percentuali.

capital-gain

Di seguito analizzeremo un esempio pratico per spiegare il capital gain forex.

Decidiamo di fare trading Forex sulla coppia EURUSD, perché notiamo un trend di prezzo attraente che riteniamo ci possa consentire di realizzare un buon profitto. La coppia viene scambiata al valore di 1,250. Acquistiamo così, con 1000 €, l’equivalente in dollari, pari a $1.250.

Se le nostre previsioni sono corrette, il tasso di cambio dovrebbe subire dei cambiamenti andando a favore della direzione della nostra posizione di acquisto. L’asset arriva così ad essere tradato a 1,332.

A questo punto, il trader, non lasciandosi ingolosire da ulteriori – e incerti – guadagni e assicurandosi il profitto ottenuto, chiude la posizione, vendendo $1.332. In tal caso, il capital gain sarà rappresentato dall’importo di $82, pari – al tasso di 1,332 – a circa €61.

C’è da ricordare che il capital gain può essere calcolato in termini di valore assoluto: basta semplicemente sottrarre, al prezzo di vendita, quello di acquisto, come nell’esempio sopra riportato.

Si può anche calcolare sotto forma di rendimento percentuale e, in questo caso, è necessario solamente dividere la differenza tra i 2 prezzi per il prezzo di acquisto. Nel nostro esempio, dunque, occorrerà prendere 82 e dividerlo per 1250, ottenendo così il risultato di 0,0656 e quindi, un rendimento percentuale pari al 6,56%.

Naturalmente, con i titoli obbligazionari o azionari che non implicano alcun cambio di valute, il calcolo è ancora più agevole.

L’altra faccia della medaglia: il capital loss

Come ben sappiamo, le attività finanziarie sono caratterizzate da un rischio intrinseco che fa sì che i guadagni, a prescindere dalla bontà della nostra analisi, non siano mai certi. Pertanto, è normale (anzi, è assolutamente certo) che ad un certo punto, dovremo incorrere in delle perdite. E’ un qualcosa che bisogna accettare: nessun trader al mondo può avere profitti in ogni singola operazione che porta avanti nel tempo: prima o poi incorrerà per forza di probabilità in una perdita.

capital-loss-capital-gain

Il capital loss, dunque, è la perdita che deriva da un’attività di compravendita di capital asset, tra cui ricordiamo:

  • azioni;
  • obbligazioni;
  • immobili;
  • commodity;
  • valute;
  • indici, ecc.

Si calcola prendendo il prezzo di vendita, sottraendolo a quello di acquisto.

Per il calcolo di questa voce, bisogna “depurare” il prezzo di vendita da eventuali interessi e dividendi maturati quando il titolo faceva parte del nostro portafoglio finanziario. Così, se ad esempio acquistiamo un’azione a € 50, otteniamo un dividendo di € 2,40 e rivendiamo, in perdita, il titolo ad un valore di € 45, il nostro capital loss sarà rappresentato unicamente dalla somma di € 2,60.

La tassazione del capital gain forex

Ebbene sì, anche sui guadagni ottenuti tramite la compravendita di asset, titoli e persino il trading sul mercato Forex sono soggetti a tassazione. I guadagni di capitale, infatti, sono considerati dalla normativa italiana come soggetti alla disciplina fiscale e quindi, come tali, vanno dichiarati all’Agenzia delle Entrate.

La normativa applicabile varia a seconda che si tratti di persona fisica o di persona giuridica.

Per le persone fisiche (quindi, per i trader come noi e te), i proventi ottenuti da attività di trading e, più in generale, di compravendita di titoli, sono tassabili con un’aliquota pari al 26%. Quindi, una parte della plusvalenza complessiva ottenuta con il semplice calcolo che abbiamo riportato nel precedente esempio, verrà incamerata dallo Stato, nella misura del 26%.

capital-gain-tax

Inizialmente quando il trading del Forex si faceva strada anche in Italia, la situazione era molto differente rispetto a quella attuale: bisogna ricorda infatti che inizialmente il Forex trading era riservato solamente a “pochi eletti”, ovvero banche, istituti di assicurazioni, fondi di investimento e privati con un ricco portafoglio. Per saperne di più sul Forex trading, vi rimandiamo alla nostra sezione dedicata su e-investimenti.

Quando poi il Forex trading divenne una realtà possibile anche per i medio e piccoli investitori, la situazione cambiò di molto. Milioni di altri trader ed investitori entrarono nel mercato: una situazione che ha portato molti governi, incluso quello italiano, a prendere delle decisioni in materia di tassazione.

  • Tra il 2009 ed il 2011 tale situazione divenne una priorità per l’Agenzia delle Entrate, che molto lentamente (la solita burocrazia all’italiana) definì i profitti derivanti dall’attività di trading sul Forex come profitti tassabili come capital gain senza la possibilità di deduzione delle perdite (facendo però poi un passo indietro su questo ultimo punto).
  • A partire dal 2012 però, il Forex è stato equiparato dall’Agenzia delle Entrate ai fini fiscali come fossero dei CFD (Contract for difference). Per questa ragione sui profitti dal trading sul Forex si paga la normale aliquota di Capital Gain e si possono scalare le minusvalenze sulle posizioni in perdita per determinare i profitti da trading alla fine dell’anno.

In caso di bilancio finale annuale passivo, le minusvalenze subite e riscontrate durante l’attività di trading nel mercato del Forex, possono essere utilizzate come credito sulle plusvalenze Future oppure come compensazione delle tasse dovute nello stesso periodo per capital gain ottenuto su altri prodotti di investimento (quindi altri strumenti finanziari con cui si è fatto trading).

Confrontando le discipline di altre nazioni europee, l’Italia è decisamente nella media. I trader italiani possono però dirsi fortunati di non operare in Francia, dove la tassazione sul capital gain può raggiungere l’esorbitante percentuale di 60,5%! Con l’eccezione della Svizzera, dove il capital gain non è soggetto ad alcuna tassazione, gli altri paesi del continente europeo sono più o meno omogenei:

  • l’Irlanda prevede una tassazione al 33%;
  • la Svezia fino al 30%;
  • la Spagna al 24%;
  • il Regno Unito al 18%. 

Il valore del 26% è frutto di un recente incremento, stabilito nel corso del 2014, che ha portato la tassazione del capital gain dal 20% ad, appunto, il 26%.

Per farla breve, il trader deve dichiarare allo Stato, tra l’altro, i proventi della sua attività di trading online sul mercato Forex. Se tali operazioni hanno fruttato un guadagno pari a €2.500, lo Stato potrà incamerare € 650.

capital-gain-calcolo

Alcuni trader preferiscono operare attraverso un broker che agisca come sostituto d’imposta. Per spiegare il concetto con parole semplici, il broker, che ha la qualifica di sostituto d’imposta, si “sostituisce” al contribuente (il trader) e verserà direttamente allo Stato una quota del 26%.

Così facendo, le operazioni relative alla tassazione diventano più rapide e snelle, visto che il Forex broker, alla chiusura della posizione in profitto, ci accredita, direttamente, una somma al netto delle tasse da pagare.

Attenzione però: non tutti i broker sono disposti ad offrire tale servizio. Specialmente in caso che il broker utilizzato per fare Forex trading sia un broker estero (cosa che può capitare, dato che alcuni dei broker esteri hanno offerte migliori rispetto a quelli italiani), quindi con sede legale e fiscale al di fuori dei confini italiani.

In questo caso infatti, il broker non agisce come sostituto d’imposta. Perciò entra in gioco il sistema fiscale dichiarativo: ovvero toccherà al trader stesso richiedere la documentazione di tutte le transazioni effettuate al proprio broker.

Una volta ricevuta la documentazione sarà sempre compito del trader compilare di conseguenza i campi della propria dichiarazione di redditi, versando quanto è dovuto all’Agenzia delle Entrate.

Se volete avere maggiori informazioni per quanto riguarda la scelta di un broker forex, sia che sia un broker forex su suolo italiano oppure su suolo estero, vi consigliamo di dare un’occhiata alla nostra pagina dedicata ai migliori broker Forex & CFD italiani ed esteri, dove sono elencati solo broker affidabili e testati in approfondite recensioni.

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