Il dollaro australiano diventa “valuta rifugio”

Pubblicato da: MatteoT - il: 10-04-2013 15:37

Non solo oro e dollaro americano. Con la crisi finanziaria in corso e la tempesta che si è generata sui mercati valutari, anche il dollaro australiano si sta fregiando della qualifica di “valuta rifugio”. Oggi il tasso di cambio tra dollaro australiano ed omonimo americano ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi due mesi, in area 1,0533, grazie al decisivo e forte breakout della resistenza posta a 1,05, importante soglia psicologica per il mercato.

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Oro

Il dollaro australiano, nonostante la forza relativa dell’euro in questi ultimi giorni, è in rialzo anche sulla valuta unica europea. Lo scenario attuale, come abbiamo detto in un precedente articolo, consente di investire tenendo in considerazione quelle che sono le mosse delle banche centrali, in particolare seguendo la manovra super espansiva della BoJ di Kuroda che ha innescato, come successo tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, una pesante svalutazione dello yen.

Gli alti e bassi del greenback, le incertezze sul futuro dell’euro, la debolezza strutturale della sterlina e il deprezzamento costante della valuta nipponica (lo yen rischia un crollo senza freni secondo quanto pronunciato da Soros) stanno spingendo gli investitori a comprare sempre più dollari australiani.

La divisa australiana, in un contesto del genere, sta diventando sempre di più una “safe heaven”, ossia una valuta rifugio, un paradiso di tranquillità dove parcheggiare la propria liquidità per avere rendimenti e rimanere al riparo da turbolenze e tempeste finanziarie improvvise.

Con l’accordo tra Sidney e Pechino per convertire direttamente le monete senza passare dal cambio del dollaro americano, sono aumentati ancora gli acquisti di dollaro australiano che, ora, è liberamente convertibile in yuan cinesi (e viceversa). L’Australia è il terzo paese che ha un accordo valutario di questo tipo con la Cina, dopo gli Stati Uniti e il Giappone.

Tra le valute rifugio, invece, non figura l’euro che, al contrario, continua ad uscire dalle casse dele riserve valutarie della Cina, ma anche dei Paesi emergenti.

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