La inconvertibiltà del dollaro e le sue conseguenze

inconvertibiltà del dollaro

A partire dal 15 agosto 1971 il dollaro, già inconvertibile di fatto, lo diviene ufficialmente. In tale occasione gli U.S.A. introducono una sovrimposta sulle importazioni del 10% e riducono, pure del 10%, il programma di aiuti all’estero. Con tali provvedimenti si ripropongono di frenare le importazioni, di contenere le spese verso l’estero e di riequilibrare la bilancia dei pagamenti. A questo punto, i cambi divengono estremamente variabili anche perché le reazioni dei vari paesi sono differenti.Alcuni infatti (Austria, Svizzera), per non assorbire ulteriormente il deficit U.S.A., passano alla rivalutazione delle loro monete rispetto al dollaro; ma i paesi (Giappone) largamente esportatori in U.S.A., già colpiti dal nuovo dazio doganale, preferiscono lasciare oscillare le loro monete sul mercato anziché procedere ad una rivalutazione ufficiale. Altri ancora instaurano due mercati: l’uno, ufficiale, l’altro, libero; altri ancora, tra cui l’Italia, lasciano invariata la parità col dollaro comprando con moneta nazionale buona la moneta svalutata.

La crisi del Dollar Standard si ripercuote negativamente sul F.M.I., poiché i problemi sollevati sono tali da compromettere l’accordo dei paesi membri. Questo organismo, infatti, contabilizza l’oro a 42,22 dollari l’oncia, mentre sul mercato libero esso raggiunge quotazioni ben più alte. Alcuni membri propongono perciò di lasciarne solo una parte in dotazione al Fondo: per la rimanente, si propone di venderne parte sul mercato libero (lucrarne la « differenza » e cederla ai paesi in via di sviluppo), e di distribuire l’altra parte ai paesi sottoscrittori in proporzione delle quote conferite.

Il problema della redistribuzione parrebbe semplice; ma, nel tempo, si è verificato che i paesi ricchi (e cioè quelli produttori di petrolio) detengono quote che non rispecchiano la loro attuale capacità monetaria; mentre, d’altro canto, quote di rilievo sono attribuite a paesi che, ormai, contano in seno al Fondo poche riserve (ad esempio, Italia e Gran Bretagna). Negativamente la crisi del dollar standard pesa sul futuro dei paesi in via di sviluppo che, mai interpellati nelle trattative monetarie ad alto livello, subiscono le decisioni degli altri. Dei riflessi della crisi del dollar standard sulla C.E.E. diremo nel paragrafo che segue.

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