L’uscita controllata dall’euro ed il ritorno alla lira

Pubblicato da: MatteoT - il: 25-05-2013 10:00 Aggiornato il: 24-05-2013 15:40

Uno studio dell’istituto CASE, Center for Social and Economic Research, pubblicato qualche tempo fa sulla German Economic Review, sostiene che l’uscita controllata di alcuni paesi dall’Euro, potrebbe essere la soluzione da adottare per preservare la vita dell’Unione Europea e del mercato unico.

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La crisi dell’Euro, come sappiamo, ha scosso l’attenzione della politica e del pubblico attorno al tema della “difesa della moneta unica”. Secondo alcuni, eliminare l’Euro significherebbe dare via alla fine dell’UE e del mercato unico europeo, ma secondo lo studio CASE, preservare l’euro potrebbe avere effetti completamente differenti da quelli attesi. Anzi, sul lungo termine sarebbe proprio questa moneta unica a mettere fine all’Europa.

Secondo lo studio, il problema maggiore relativo all’adozione della moneta unica è che i singoli paesi non hanno i mezzi per correggere il tasso di cambio della valuta che, al contrario, risulta essere uno degli strumenti più efficienti in periodi di crisi.

Euro: perché così non funziona?
Spiega lo studio: l’Europa consiste di nazioni che rappresentano gli assi maggiori dell’identità nazionale e sono la fonte principale della legittimazione governativa. Per questa ragione, rimanere nell’Eurozona potrebbe portare i paesi meno competitivi verso il degrado economico e sociale e rendere la situazione sempre più difficile da risolvere.

L’effetto di questo squilibrio che andrebbe accentuandosi nel tempo, sarebbe poi l’allentamento della coesione politica e sociale tra gli stati membro. A sua volta, questo darebbe spazio alla nascita di tendenze populiste che potrebbero rappresentare una minaccia per l’ordine democratico e ostacolare la cooperazione pacifica in Europa. In questo caso, la situazione potrebbe sfuggire al controllo delle autorità e l’effetto sarebbe quello di una caotica dissoluzione della zona Euro, la vera minaccia al futuro dell’UE e del mercato unico.

Uscire dall’Euro: cosa potrebbe succedere? “Al fine di tornare alle origini dell’integrazione Europea ed evitare la caotica rottura dell’eurozona, questa dovrebbe essere smantellata in maniera controllata”.

Per quanto molti osservatori siano d’accordo sul fatto che l’adozione dell’Euro sia stato un errore, molti convengono che questo sia un percorso di non ritorno.

Dissolvere un’unione monetaria che vive un contesto stabile, ovvero dove i paesi sono competitivamente sullo stesso livello, non è un grande azzardo (si pensi ad esempio alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia nel 1993). Ma le cose, argomenta lo studio, sono ben diverse in situazioni, come quella dell’Eurozona, in cui la competitività viaggia su piani completamente differenti.

Se un paese non competitivo lasciasse l’Eurozona, il settore bancario di questo sarebbe destinato al collasso. I cittadini darebbero il via ad una sfrenata corsa agli sportelli per ritirare tutto il possibile ed evitare che venga convertito nella nuova valuta nazionale e subisca dunque una svalutazione. Qualsiasi tentativo di impedire il “bank run” mediante la chiusura delle banche o il congelamento dei conti sarebbe insufficiente ad arrestare il fenomeno. Inoltre, se un paese non competitivo lasciasse l’euro, la svalutazione successiva della moneta nazionale comporterebbe un balzo sostanziale nel valore del debito estero, denominato in euro, in relazione al PIL nazionale.

Ma se a lasciare l’euro fosse un paese competitivo come la Germania, la situazione sarebbe completamente differente. Se un paese molto competitivo lasciasse la zona Euro, i paesi più problematici potrebbero recuperare competitività indebolendo la propria valuta rispetto a quella delle economie più forti d’Europa. In questo modo, il valore del debito dei paesi più deboli non schizzerebbe alle stelle e aumenterebbe significativamente la capacità di questi di ripagarlo.

Ciò non implica che i paesi insolventi tornerebbero ad essere magicamente risanati, prosegue lo studio, anzi in molti casi sarebbe necessaria la riduzione (haircut) del debito, ma l’impatto per i creditori in questo caso sarebbe minore, rispetto a quanto accadrebbe se i paesi rimanessero nell’eurozona con le economie costrette al di sotto del potenziale di crescita e con la disoccupazione alle stelle.

Uscita controllata: come potrebbe funzionare?
Come abbiamo visto, se un paese debole lasciasse l’euro sarebbe immediatamente diretto al panico e al collasso del sistema bancario, per questo lo studio CASE parla di uno scenario in cui la zona Euro viene lentamente “smontata” e in maniera controllata affinché i paesi più competitivi lascino, anche in gruppo, la zona Euro.

Per fare questo, servirebbe la creazione di un meccanismo di coordinamento della valuta in Europa. Un “regime non-ortodosso di tassi variabili” che controlli i target sull’inflazione ed operi con una politica fiscale e monetaria, sincronizzata a livello europeo.

Più (o meno) Europa?
Concludendo, lo studio CASE ritiene che per salvaguardare il futuro d’Europa, l’UE dovrebbe trovare il modo di sciogliere quel vincolo indissolubile che è la moneta unica che, da questo punto di vista, sembra essere la fonte principali dei mali d’Europa.

Dall’altra parte, invece, ci sono le istituzioni Europee che a gran voce tornano sul tema del “serve più Europa”. Proprio quando dall’Europa sono sempre di più i paesi che iniziano a prendere le distanze, basti pensare alla Gran Bretagna, alla Polonia, o all’Islanda. Quale sia la soluzione più giusta non ci è dato sapere, ma una cosa è certa: per “salvare l’Europa”, qualcosa dovrà cambiare.

Fonte: forexinfo.it

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